Archivio tag: armie hammer

Wounds, la recensione

Tra tutti i generi cinematografici l’horror è da sempre tra quelli più attenti a raccontare la realtà che lo circonda, seppur con il suo linguaggio e i suoi stilemi ancorati al cinema di “genere”. Una tendenza che non poteva non spingere tanti registi ad effettuare una critica feroce e aspra nei confronti delle nuove tecnologie e le influenze che queste hanno avuto sulle persone e la società tutta. Da Videodrome di Cronenberg fino a Pulse e Cell, passando per i recenti Friend Request e Unfriendend, sono infatti una miriade i titoli, chiaramente di qualità molto diversa fra loro, che hanno toccato questa tematica in periodi storici diversi e sulla scorta delle tecnologie del periodo di riferimento.

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Attacco a Mumbai – Una vera storia di coraggio, la recensione

Nel Novembre 2008 una serie di spietati attacchi da parte del gruppo terroristico Lashkar-e Taiba (costola “armata” dell’organizzazione religiosa Markaz al-Dawa Wal – Irshad) tengono sotto assedio alcuni dei maggiori centri turistici della città di Mumbai. I terroristi tennero in pugno la città per circa tre giorni provocando 195 morti e all’incirca 300 feriti. Dopo cruenti assalti armati rimangono sotto il controllo dei terroristi alcuni dei più importanti alberghi della città tra cui il leggendario Taj Mahal Hotel Palace.

Dopo circa sessanta ore dagli inizi degli attentati con il blitz delle forze speciali indiane e la morte dei tre terroristi, si concludono le operazioni di liberazione dell’edificio al cui interno si evidenziano tra le innumerevoli vittime un gran numero di membri dello staff, ma al contempo i sopravvissuti alla vicenda lasciano emergere una prospettiva che ha del miracoloso.

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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Una giusta causa, la recensione

Siamo nel 1956 e la giovane e brillante Ruth Bader Ginsburg (Felicity Jones), figlia di ebrei russi immigrati, è una delle nove donne ammesse al corso di Legge dell’Università di Harvard. Un’apertura al cambiamento; un rivoluzionario passo avanti, si direbbe. Ma solo in apparenza. La talentuosa ragazza, infatti, concluso egregiamente il percorso di studi, fatica a trovare lavoro proprio in quanto donna. Frustrata e disillusa, ripiegherà sulla carriera accademica, osservando con una punta d’invidia l’amorevole marito (Armie Hammer) affermarsi professionalmente giorno dopo giorno. Ciò che Ruth non si aspetta è che la sua occasione stia per travolgerla, sottoforma di un processo sulla discriminazione di genere. Recuperati la speranza e l’entusiasmo, nonostante le pressioni e il vento decisamente contrario, riuscirà ad arrivare in tribunale e, forse, a mutare la storia legale statunitense.

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Il cinema del desiderio. Chiamami col tuo nome e Professor Marston and the Wonder Women in Blu-ray

Tutti i desideri che cerchiamo di soffocare covano nel nostro animo e lo avvelenano.

L’unico modo per liberarsi di una tentazione è cedervi.

(Oscar Wilde)

Desiderare ed esser desiderati. Spesso ci si trova a parlare di “desiderio” in modo molto semplicistico o superficiale, relegando questo ad un’effimera idea che può trovare correlazione verso un oggetto o un altro individuo. Tanto ma mai abbastanza è stato detto circa il “desiderio” che, senza troppi indugi, può essere considerato il sentimento più antico e complesso che governa ogni scelta dell’essere vivente. Il desiderio, perciò, può muoversi in direzione di qualunque cosa e a divenir frutto del desiderio può essere anche un’ideale, un concetto e persino un altro stato d’animo. Come sostiene Freud, in fondo, ci sono desideri così complessi che spesso l’individuo non vorrebbe rivelare nemmeno a sé stesso. Ed è proprio il desiderio a guidare le recenti uscite home video di Universal Pictures e Sony Pictures Home Entertainment che, in un solo colpo, mettono sul mercato due film profondamente diversi ma accomunati dalla medesima struttura argomentativa: la ricerca ossessiva del desiderio e il suo difficile (a volte impossibile) perseguimento a causa di fattori esterni che sfuggono dalla nostra volontà. Parliamo del film rivelazione Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, premiato agli scorsi Oscar 2018 per la miglior sceneggiatura non originale (firmata da James Ivory), e del biopic Professor Marston and the Wonder Women che ci fa conoscere l’inaspettata genesi di uno dei supereroi più noti e importanti nella storia dei fumetti: Wonder Woman.

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Final Portrait – L’arte di essere amici, la recensione

Siamo a Parigi, nel 1964, tra l’esistenzialismo artistico degli anni ’50 e il nuovo mondo. Quel nuovo mondo in cui Andy Warhol proponeva i suoi primi Brillo. Siamo nello studio di Alberto Giacometti, quasi come ospiti infiltrati di straforo, invitati a sbirciare dai vetri sporchi delle  finestre. La classica fisarmonica francese invade le prime inquadrature ma, attenzione: è solo un inganno per lo spettatore!

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Chiamami col tuo nome, la recensione

A Crema, nella calda estate del 1983, l’adolescente Elio si prepara a vivere un’esperienza destinata a segnare per sempre, in modo irreversibile, la sua vita. Elio è un ragazzo di diciassette anni, con velleità da musicista e con una cultura ben al di sopra di ogni suo coetaneo e, come ogni anno, trascorre l’estate nella villa di famiglia con sua madre e suo padre. Il padre di Elio è un professore universitario che, ormai da anni, ha l’abitudine di ospitare ogni estate nella propria villa il suo studente più meritevole per poter lavorare alla tesi di post-dottorato. Nell’estate dell’83 la scelta ricade su Oliver, uno studente americano ventiquattrenne, che grazie alla sua bellezza e i modi di fare cordiali e disinvolti finisce per far innamorare follemente il giovanissimo Elio. Tra i due giovani nasce un desiderio unico, travolgente, che non può essere trattenuto in alcun modo.

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Chiamami col tuo nome: incontro con Luca Guadagnino, Timothée Chalamet e Armie Hammer

Chiamami col tuo nome (Call me by your name), diretto da Luca Guadagnino e in uscita nelle sale italiane il 25 gennaio, è sicuramente la sorpresa dell’anno per quanto riguarda il cinema italiano. Girato nella prima metà del 2016, il film inizia a sottoporsi all’attenzione del pubblico il 22 gennaio 2017 con un’anteprima internazionale all’interno del Sundance Film Festival. Da quel momento inizia un percorso movimentato – ma anche abbastanza silenzioso – all’interno di vari festival internazionali (New York Film Festival, Festival di Berlino, BFI London Film Festival, etc) che fanno raccogliere al film consensi, candidature e premi. Un percorso che porta il film a guadagnarsi tre candidature agli ultimi Golden Globe fino ad accedere, con colpo di scena, anche ai prestigiosi Premi Oscar ricevendo ben quattro candidature: miglior film, miglior attore a Timothée Chalamet, miglior sceneggiatura non originale e miglior canzone.

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Mine, la recensione

Negli ultimi quindici anni il cosiddetto “trap-movie”, i film con le trappole, hanno preso piede diventando un vero e proprio sotto-filone del thriller: dall’ormai lontano cult Cube – Il cubo (1997) di Vincenzo Natali, che forse ha proprio sdoganato le dinamiche del genere, passando per i fondamentali In linea con l’assassino (2002), Open Water (2003), Frozen (2010), Buried – Sepolto (2010) e 127 ore (2010) di Danny Boyle, di “film-trappola” al cinema ne sono passati molti, arrivando quest’anno all’ottimo Paradise Beach – Dentro l’incubo, con Blake Lively su uno scoglio in balia di uno squalo, e Mine, degli italiani Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, dove il soldato Armie Hammer rimane bloccato nel deserto su una mina innescata.

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Mine: il trailer italiano del thriller con Armie Hammer

Afghanistan: un soldato sta tornando al campo base dopo una missione, ma inavvertitamente poggia il piede su una mina antiuomo. Non può più muoversi, altrimenti salterà in aria. In attesa di soccorsi per due giorni e due notti, dovrà sopravvivere non solo ai pericoli del deserto ma anche alla terribile pressione psicologica della tutt’altro che semplice situazione.

Questo è l’accattivante concept di Mine, il lungometraggio d’esordio dei registi e sceneggiatori Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, conosciuti nell’ambiente anche come Fabio&Fabio.

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Operazione U.N.C.L.E., la recensione

Una spy-story divertente e retrò in pieno riconoscibilissimo stile Guy Ritchie è quella che si direbbe una sintetica definizione per il nuovo film del regista britannico, Operazione U.N.C.L.E.

The Man From U.N.C.L.E., il titolo originale che è lo stesso della serie televisiva statunitense anni ’60 a cui il film è ispirato, è una pellicola vecchio stile ma allo stesso tempo modernissima, perché è sicuramente difficile riuscire a fare qualcosa di nuovo quando si parla di agenti segreti e missioni impossibili da portare a termine.

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