Archivio tag: cannes 2019

Parasite: disponibile in blu-ray il film rivelazione di Bong Joon-Ho vincitore di 4 premi Oscar

Il 2019 è stata senza ombra di dubbio un’annata importantissima per la settima arte. Dodici mesi all’insegna di opere notevoli, molte delle quali già entrare a gamba tesa nella Storia del cinema, tra le quali è doveroso citare il bellissimo C’era una volta a…Hollywood di Quentin Tarantino, ma anche il già iconico Joker di Todd Phillips e l’emozionante 1917 di Sam Mendes. Il 2019 è stato anche l’anno in cui Netflix ha sparato due cartucce importanti come The Irishman, il discusso ritorno dietro la macchina da presa di Martin Scorsese, e il delicatissimo Storia di un matrimonio. Tanti film notevoli e di elevata caratura eppure, con un colpo di coda a tratti inaspettato, la figura del leone l’ha fatta un “piccolo” film proveniente dalla Corea del Sud. Scritto e diretto da Bong Joon-ho, Parasite è riuscito nella difficile impresa di mettere in ginocchio Hollywood tanto da sbaragliare la pregiata concorrenza all’ultima edizione degli Academy Awards, aggiudicandosi ben 4 premi Oscar, tutti quelli più importanti: miglior film, miglior film straniero, miglior regia, miglior sceneggiatura originale. Tutto questo, ovviamente, dopo essersi fregiato di altri importanti riconoscimenti tra cui la Palma d’oro al Festival di Cannes. Dopo un percorso a dir poco perfetto, Parasite approda in blu-ray disc grazie ai canali di Eagle Pictures.

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La Gomera – L’isola dei fischi, la recensione

Il titolo scelto per rappresentare la Romania nella corsa all’Oscar per il miglior film straniero 2020 è La Gomera di Corneliu Porumboiu, che dopo essere passato in concorso a Cannes 2019 è stato incluso anche nella sezione Festa Mobile del 37° Torino Film Festival.

Un film che si apre con i migliori auspici, a cominciare dai bei titoli di testa che scorrono sullo schermo e sui quali leggiamo un nome importante tra i produttori: quello della regista tedesca Maren Ade, autrice del bellissimo Vi presento Toni Erdmann, un nome che è una garanzia e le aspettative non vengono certo deluse.

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Parasite, la recensione

Per capolavoro s’intende un’opera generalmente considerata eccelsa, oppure la prima in ordine d’importanza di un artista, artigiano o autore. Ecco, in sintesi, Parasite di Bong Joon-ho, in sala dal 7 novembre distribuito da Academy Two, è un capolavoro. Ci era andato vicino anche con Madre, altra sua straordinaria opera del 2009 ma, con Parasite, si aggiudica, oltre alla meritatissima Palma d’Oro al Festival di Cannes 2019, l’appellativo di capolavoro senza se e senza ma!

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Ritratto della giovane in fiamme, la recensione

Francia, 1770. Marianne (Noemie Merlant), pittrice di talento, riceve l’incarico di realizzare il ritratto di nozze di Héloise (Adele Haenel), giovane donna appena uscita dal convento per sposare, su consiglio della madre (Valerio Golino), un nobile milanese. Marianne è un tipa tosta, modernissima e fuori dal suo tempo. Una donna abituata a lottare. Ce lo dimostra fin dalla prima scena, che racconta il viaggio verso una remota isola bretone. La pittrice si tuffa, con indosso l’ingombrante abito settecentesco, nelle acque agitate e gelide, per salvare la sua cassa caduta dalla barca, contenente il necessario per il suo lavoro. Dal canto suo, la bella Héloise tenta di resistere al destino, rifiutando di sposarsi e di posare per il ritratto. Marianne cerca quindi di osservarla, fingendosi una compagna di passeggiate, per poterla dipingere di nascosto.

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I morti non muoiono, la recensione

Lo zombi è uno dei “mostri” postmoderni più affascinanti e complessi perché è riuscito con efficacia a raccontare la società, a farsi metafora del malessere, dell’omologazione, del capitalismo imperante che porta al consumismo, della futilità della vita e dei beni attorno a cui tutto ruota. Inoltre, lo zombi è riuscito a svecchiarsi, rinnovarsi, contaminarsi, celebrarsi rimanendo costantemente sulla cresta dell’onda del panorama horror internazionale e facendosi protagonista di successo al cinema, sui fumetti, nei videogiochi e in televisione.

Anche i sassi sanno che il papà putativo dello zombi come lo conosciamo oggi è George A. Romero, giustamente celebrato in ogni dove e dal quale siamo tristemente orfani, che ha saputo donare (a suo dire inconsapevolmente… all’inizio) nuovi significati e una mitologia originale all’immagine del morto vivente slegandolo dalla tradizione religiosa. Da allora – e parliamo del 1968, anno d’uscita del capolavoro La notte dei morti viventi – il nuovo archetipo dello zombi è stato utilizzato da altri, citato, smembrato, ricomposto e riciclato, rimanendo sempre vivo nell’immaginario popolare, grazie anche a prodotti di successo come il serial fumettistico-televisivo The Walking Dead.

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Il Traditore, la recensione

L’ultima fatica del pluripremiato regista Marco Bellocchio, che vede Pierfrancesco Favino nei panni del ‘boss dei due mondi’ Tommaso Buscetta, si è fatta positivamente notare sulla croisette, dove è stata presentata in concorso. Il cineasta di Bobbio, dopo Buongiorno, notte e Vincere, decide ancora una volta di fare oggetto della propria cinematografia la nostra identità storica e politica. Il traditore racconta pagine agghiaccianti e sanguinose della recente storia del nostro Paese, concentrandosi su una figura tanto cruciale quanto controversa.

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Dolor y gloria, la recensione

Durante la 75° Mostra del Cinema di Venezia, il presidente della Biennale Paolo Baratta in un incontro informale ha rivelato come il presente del cinema sia contraddistinto da due caratteristiche fondamentali: uno stravolgimento continuo della struttura classica in tre atti e il ricorso ad un materiale personale ed emotivo ormai irrinunciabile. Registi emergenti alle prese con l’opera prima, maestri affermati dell’ultimo secolo riescono con sempre maggior naturalezza a comunicare un’intimità spesso relegata a grandi capolavori o a casi isolati.

Dolor y Gloria si inserisce in questo solco alla perfezione e forse è l’opera perfetta per raccontare questa nuovo corso cinematografico. Secondo lo stesso Pedro Almodóvar il film è la conclusione di una trilogia – iniziata 32 anni fa con La legge del desiderio e proseguita con La mala educación – in cui la biografia del regista spagnolo si intreccia con il desiderio e la finzione cinematografica.

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