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Il Signor Diavolo, la recensione

1952. Il funzionario ministeriale Furio Momentè viene mandato dai suoi superiori in Veneto per far chiarezza su un caso di omicidio che implica un minore, che ha ucciso un suo coetaneo convinto di uccidere il Diavolo. Il compito primario di Furio è contrattare con la madre della vittima per far si che non sia coinvolta nella vicenda la Chiesa, dal momento che il periodo elettorale si avvicina e uno scandalo di questo tipo potrebbe gettare in cattiva luce il partito di maggioranza, la Democrazia Cristiana. Ma il caso del piccolo Carlo è ben più complesso di quello che si potrebbe aspettare, intriso di un’aura inquietante che getterà nel dubbio Furio e le sue convinzioni.

A distanza di ben dodici anni dal suo ultimo horror, Il nascondiglio, Pupi Avati torna a dirigere un film pregno di mistero e capace di toccare corde di inquietudine molto profonde, Il Signor Diavolo.

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L’Italia del secondo Novecento raccontata da Pupi Avati in un viaggio nei grandi sentimenti con la fiction Rai “Un Matrimonio”

Nove anni fa, mia moglie ed io, abbiamo festeggiato quarant’anni di matrimonio. Al termine della colazione, nel sole della campagna umbra, guardavo incredulo i nostri figli, i tanti nipoti, i miei fratelli […]. Come era stato possibile che quella ragazzina della quale mi innamorai a prima vista, si fosse tradotta nella donna che mi sarebbe stata accanto in un percorso così lungo? Che cosa aveva fatto si che due esseri umani provenienti da ambiti sociali e culturali così difformi abbiano condiviso gran parte della loro vita?”

Pupi Avati

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