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Smile: in blu-ray l’horror rivelazione con Sosie Bacon

La scorsa stagione autunnale si è aperta con l’uscita al cinema di Smile, un piccolo film dell’orrore che ha saputo prendere un po’ tutti in contropiede. Opera prima del giovane Parker Finn, Smile prende spunto da un precedente cortometraggio del regista (Laura Hasn’t Slept, 2019) per raccontare un’angosciante e disturbante discesa negli inferi. Al centro della pellicola, nel ruolo di unica protagonista della vicenda, troviamo una convincentissima figlia d’arte: Sosie Bacon, figlia di Kevin. Smile è l’esempio lampante che certe volte non importa quello che racconti bensì come lo fai. E Parker Finn dimostra di sapere assolutamente il fatto suo, riuscendo a trasformare un plot decisamente abusato in qualcosa di assolutamente originale. Servendosi dei canali distributivi di Plaion Pictures (ex Koch Media), Smile arriva con Paramount in alta definizione blu-ray.

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Smile, la recensione

La psicoterapeuta Rose Cotten assiste inerme al suicidio di una sua paziente che, prima di compiere l’estremo gesto, le rivela di essere perseguitata da una presenza malefica che prende le sembianze di persone a lei note, contraddistinte da un inquietante ghigno. Da quell’accaduto, anche Rose comincia ad essere vittima di episodi sempre più strani che sembrano coincidere con le allucinazioni descritte dalla sua paziente. In breve tempo, la vita di Rose si trasforma in un incubo, cominciano a riemergere i fantasmi di un passato traumatico che aveva cercato di dimenticare e si affaccia perfino l’ipotesi della malattia mentale. Ma la donna sta davvero impazzendo oppure la sinistra presenza ha scelto lei come sua nuova vittima?

Cosa c’è di meglio per inaugurare l’autunno cinematografico che un bell’horror a base di maledizioni e demoni spaventosi?  Quest’anno ci pensa l’esordiente Parker Finn che attinge a un suo cortometraggio di un paio di anni fa, Laura Hasn’t Slept, per costruirgli attorno un lungo dal titolo Smile, che nulla ha a che fare con l’omonimo horror di Francesco Gasperoni del 2009.

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Polaroid, la recensione

Quando ci si imbatte in prodotti come Polaroid, lungometraggio d’esordio del norvegese  Lars Klevberg, si rimane un po’ sconcertati dal vuoto totale che un genere meraviglioso come l’horror possa a volte generare.

Avete presente le ghost-stories incentrate su un oggetto tecnologico maledetto che hanno proliferato in tutto il mondo agli inizi del 2000? Erano un po’ la risposta al successo che ebbe The Ring e, da quel momento, la creatività degli autori si è sbizzarrita nel legare a presenze maligne oggetti di uso quotidiano, spesso di estrazione tecnologica, e i più gettonati sono stati telefoni e macchine fotografiche, prima che prendesse piede il trend internettiano di app e social network.

Polaroid, che è stato realizzato nel 2017 ma arriva nei cinema di tutto il mondo solo ora nel 2019, si ricollega proprio a quel mini-filone eleggendo a protagonista del terrore proprio la macchina fotografica a sviluppo istantaneo che gli da il titolo.  

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