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Bones and All, la recensione del film di Luca Guadagnino con Timothée Chalamet

In concorso alla 79esima Mostra del Cinema di Venezia, Bones and All è il nuovo film di Luca Guadagnino, di nuovo con Timothée Chalamet dopo Call Me By Your Name, che condivide lo schermo con Taylor Russell, la vera protagonista degli eventi narrati e vincitrice del Premio Mastroianni proprio a Venezia79.

Bones and All è un film che sulle prime può sembrare spiazzante per un regista come Guadagnino, ma che in realtà integra al suo interno tutti i suoi più recenti lavori e temi: la storia d’amore tra due personaggi fuori dalla norma dominante in Call Me By Your Name, l’horror violento e pieno di sangue di Suspiria, le insicurezze adolescenziali della serie We Are Who We Are.

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Valutazione: 6.5/10 (su un totale di 2 voti)
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Notte fantasma, la recensione

Prendete Il sorpasso di Dino Risi, fondetelo con le suggestioni da noir metropolitano di Training Day di Antoine Fuqua e aggiungete un susseguirsi di eventi paradossali in ambientazione notturna e quasi in tempo reale come in Fuori orario di Martin Scorsese. Un curioso e improbabile mix che dà vita a uno dei più coinvolgenti e sorprendenti film italiani di questo autunno, Notte fantasma.

Il diciassettenne Tarek, romano di padre egiziano e madre indonesiana, si sta recando a casa di amici per un po’ di baldoria notturna, ma prima gli viene chiesto di fare una sosta a prendere del fumo. Il ragazzo, a piedi per il quartiere di San Lorenzo, si ferma in un parchetto per la commissione ma viene subito dopo fermato da un uomo che si identifica come poliziotto in borghese. Intimorito dalle conseguenze del possesso di stupefacenti, Tarek tenta la fuga ma viene immediatamente raggiunto e fermato dal poliziotto che lo carica in macchina per portarlo in centrale. La notte è ancora lunga per Tarek e il poliziotto non sembra intenzionato ad adempiere subito ai suoi doveri, inizia così una scorribanda per le strade di Roma che porterà il ragazzo e il poliziotto a confrontarsi, scontrarsi e cacciarsi costantemente nei guai.    

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Gli orsi non esistono, la recensione del film di Jafar Panhai

Jafar Panahi è uno dei più famosi registi iraniani, che per il contenuto dei suoi film si è spesso trovato in contrasto con l’autoritario governo iraniano, fino alla sentenza del 2010 che lo ha condannato a 6 anni di prigione e il divieto di girare o prendere parte a produzioni cinematografiche per 20 anni.

Al momento il regista Jafar Panahi è in prigione.

L’11 luglio 2022 è arrestato, mentre si era presentato alla procura per chiedere informazioni su un altro regista arrestato, trovandosi quindi a scontare quei 6 anni di condanna prescritti 12 anni fa.

Dal 2010 fino all’arresto di pochi mesi fa, Jafar Panahi ha continuato a fare film di nascosto. Nel 2015 ha diretto Taxi Teheran, vincitore dell’Orso d’Oro al festival del cinema di Berlino, un mix tra film e documentario dove il regista iraniano si finge l’autista di un taxi attraversando la città e riprendendo con una telecamera i suoi passeggeri.

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Venezia79. Siccità, la recensione del disaster-movie di Paolo Virzì

L’ultimo film di Paolo VirzìSiccità, è in parte profetico ed in parte escatologico. Ed è il film più metafisico ed attuale del prolifico regista toscano. Per di più contiene un intero universo di storie, di trame e temi.

C’è tutto, forse troppo in una summa non teologica ma socio-esistenziale che raccoglie le paure, ansie e frustrazioni di una popolazione messa alle corde dalla mancanza di quell’elemento tanto semplice quanto essenziale che è l’acqua.

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Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Venezia79. Blonde, la recensione. Un lungo incubo a occhi aperti

Non sono una star, sono solo una bionda

Ma sei davvero bionda?

No

Inondata dai riflettori, Ana de Armas interpreta Norma Jean/Marilyn Monroe nel nuovo film di Andrew Dominik (L’assassinio di Jessie James per mano del codardo Robert Ford, Killing Them Softly), tratto dal romanzo dall’omonimo nome scritto da Joyce Carol Oates, bestseller nel 2000, che racconta la storia di Marilyn mischiando realtà e finzione.

Il film più che essere un biopic è infatti un incubo di 165 minuti, un flusso di sogni, ricordi, pensieri, che sembrano provenire dalla mente della stessa Marilyn. Il montaggio e la struttura narrativa del film rendono l’opera un continuo flusso di eventi, in cui sogni e realtà si confondono e l’azione sembra non fermarsi mai, trascinandoti nella vorticosa e tragica vita della diva statunitense e della donna dietro di lei.

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Valutazione: 8.5/10 (su un totale di 2 voti)
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Don’t Worry Darling, la recensione

Nel 1972 vedeva la luce nelle librerie il romanzo di Ira Levin The Stepford Wives, tradotto da noi in La fabbrica delle mogli, che tre anni più tardi ha generato l’omonimo film diretto da Bryan Forbes e interpretato da Katharine Ross. A distanza di cinquant’anni precisi, possiamo affermare che La fabbrica delle mogli è il più grande classico di fantascienza (letteraria e cinematografica) ad essere quasi completamente ignorato dalle masse. In pochi, oggi, conoscono il romanzo di Levin o hanno visto il film di Forbes nonostante si tratti di una storia che ha ispirato in maniera più o meno diretta dozzine e dozzine di opere. Ultima, in ordine cronologica, il secondo lungometraggio da regista di Olivia Wilde, Don’t Worry Darling, presentato fuori concorso alla 79ª Mostra del Cinema di Venezia e in arrivo nei cinema italiani il 22 settembre con Warner Bros. Pictures.

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Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Venezia79. The Son, la recensione del film con Hugh Jackman

The Son, prequel di The Father, film che fece vincere il premio Oscar come miglior attore protagonista ad Anthony Hopkins, è la seconda parte della trilogia ispirata alle sceneggiature teatrali di Florian Zeller, anche regista dei due film e vincitore, sempre con The Father, del premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale.

Il protagonista di The Son è Peter Miller, interpretato da Hugh Jackman, figlio del protagonista di The Father Anthony (Anthony Hopkins), e al centro del film c’è il suo rapporto con il figlio adolescente Nicholas (Zen McGrath), l’ex moglie Kate (Laura Dern), e la nuova moglie Beth (Vanessa Kirby), con cui ha avuto un altro figlio.

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Margini, la recensione

Grosseto, 2008. Un capoluogo di regione che sembra una provincia. Una piccolissima provincia addormentata in cui non succede mai nulla. Un luogo piccolo, in ogni senso, in cui tutti si conoscono e nessuno sembra avere reali ambizioni. Nessuno tranne Michele, Edoardo e Iacopo, tre ragazzi neanche trentenni che vivono intrappolati nel mito della musica punk. Hanno messo insieme una band, i Waiting for Nothing (che è tutto un programma!), e sognano tutti insieme di poter sfondare nel mondo della musica. Ma se si hanno questi sogni di gloria, Grosseto non può che essere un paesotto che sta stretto poiché le uniche occasioni che offre per esibirsi sono le deprimenti feste dell’Unità e qualche locale scalcagnato privo di pubblico. Persa quella che sembrava essere l’occasione della loro vita, aprire a Bologna il concerto di una band hardcore straniera, Michele, Edoardo e Iacopo vengono assaliti da un discutibile colpo di genio: portare la band straniera – i Defense – a Grosseto e organizzare a spese loro il concerto più ribelle che sia mai arrivato in città. Una buonissima idea, peccato che i tre amici non hanno né le possibilità economiche né le capacità per organizzare un concerto del genere.

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Valutazione: 6.5/10 (su un totale di 2 voti)
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Venezia79. Dreamin’ Wild, la recensione del biopic sugli Emerson Bros

I fratelli Donnie e Joe Emerson erano poco più che ragazzini negli anni Settanta e abitavano in campagna dove il padre lavorava coltivando la terra. Donnie era il più talentuoso; prima di compiere diciotto anni era già in grado di comporre canzoni e capace di suonare molti strumenti mentre Joe – minorenne pure lui – era alla batteria. Il grande entusiasmo ed amore per la musica di Donnie trascinò anche il fratello nell’avventura del pop-rock-soul. Un mix di stili fusi insieme da un “sound” casalingo ma accattivante. Il padre Don assecondò la loro passione costruendo nel loro terreno uno studio di registrazione in piena regola. I fratelli riuscirono ad incidere un intero album e trovarono anche un’etichetta disposta a trasformare il loro nastro in un disco vero e proprio che venne poi distribuito.

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Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Venezia79. Saint Omer, la recensione. Voi lo conoscete il voodoo?

Prova di interessante ardimento (e quindi di personalità), quella della regista francese Alice Diop, molto prolifica perché già sbarcata a Berlino con il suo Nous.

Saint Omer possiamo definirlo ardito in quanto stressa il tempo, un po’ come alla Mostra del Cinema di Venezia quest’anno lo è stato anche Iñárritu con il suo Bardo. Entrambi i film hanno infatti riabituato lo spettatore a fermarsi e immergersi nelle scene, come un tempo accadeva più frequentemente con le opere portate nei Festival.

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Valutazione: 7.5/10 (su un totale di 2 voti)
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