Ted Bundy – Fascino criminale, la recensione

Tra le figure più controverse dell’immaginario criminale statunitense, il killer seriale Ted Bundy ha spesso solleticato le corde dell’industria culturale spopolando nell’ambiente musicale come fermo punto di riferimento della fascinazione del Male, ispirando saggi e romanzi e finendo al centro di film, spesso dal taglio spudoratamente di genere, e quasi mai di buona qualità. Ora il famigerato assassino che ha avuto i natali nel Vermont è protagonista di un film che trascende i dettami del b-movie per raccontare la vicenda dell’uomo che ha sfidato la giustizia in un thriller processuale dal linguaggio brillante e molto pop: Ted Bundy – Fascino criminale.

 Presentato all’ultima edizione del Sundance Film Festival, il film diretto dal documentarista Joe Berlinger in originale si intitola sagacemente Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile (“estremamente malvagio, di cattiveria e viltà scioccanti”), ovvero un passaggio della sentenza che nel 1980 condannò alla pena di morte Bundy. Una citazione che inquadra perfettamente il personaggio in questione creando un curioso ossimoro con l’immagine che il film di Berlinger riesce a restituire, per il buon 98% della sua durata, di uno dei più efferati e prolifici serial killer della storia americana. Bundy, infatti, fino all’ultimo si è dichiarato innocente, nonostante le prove schiaccianti lo collegassero a diversi omicidi, per ammettere poi la sua colpevolezza in punto di morte.

Operativo tra il 1974 e il 1978 (ma si suppone che la sua carriera omicida sia iniziata prima), Bundy ha mietuto vittime in giro per il Nord America, a cavallo degli Stati di Washington, Colorado, Utah e Florida per un totale supposto di 36 omicidi. Il film di Joe Berlinger, però, non vuole raccontarci la sua sanguinaria carriera di assassino, stupratore e necrofilo, ma si concentra sugli anni di detenzione, sul processo che lo ha visto protagonista (dalla rilevanza mediale importantissima, essendo il primo processo documentato dalle telecamere) e sui due tentativi di evasione.

Non c’è nulla di morboso, truculento, pauroso o dal sapore lontanamente horror in questo film, ma una cronistoria (non essenzialmente in ordine cronologico) delle gesta carcerarie di Bundy, puntando molto sul fascino che quest’uomo emanava, sia verso il pubblico che si era appassionato alla sua vicenda, sia verso l’universo femminile che lo amava nonostante le sue vittime fossero state principalmente donne.

Infatti le fila della storia raccontata muovono proprio da una donna, Elizabeth Kloepfer, una giovane madre che ha conosciuto Ted in un bar, nei primi anni ’70, e se ne è innamorata, colpita dal carattere dolce e premuroso dell’uomo. Il film si ispira – in parte – all’autobiografia della vera Elizabeth Kloepfer, The Phantom Prince: My Life With Ted Bundy, che la donna firmò nel 1981 con il cognome Kendall, ed è proprio alternando il suo punto di vista con quello di Bundy che il film dipana una vicenda ritmata e appassionate.

Il merito di Berlinger, che in curriculum ha una sola altra opera di fiction, il pregevole horror Blair Witch 2: Il libro segreto delle streghe, è l’aver costruito con efficacia la figura di Bundy riuscendo a renderlo estremamente carismatico, affascinante e simpatico. Lo spettatore riesce ad entrare in empatia con questo ragazzo accusato di atrocità che mai sembrerebbero attribuibili a una persona brillate e a modo come quella che vediamo in scena per quasi due ore: si riesce incredibilmente a prender le parti del “mostro” e si spera quasi che alla fine venga assolto, in un’enfasi distopica che comunque ricalibra il fascino del personaggio proprio nella coda del film. Ma il gioco riesce! Nonostante lo spettatore medio sappia già come andrà a finire la vicenda, la si dimentica quasi, immedesimandosi con il pubblico dell’epoca che seguiva il processo in tv.

Buona parte della riuscita del film è però da attribuire all’attore scelto per dar volto e carisma a Ted Bundy, l’ex idolo delle teen-agers Zac Efron, che qui offre un’ottima prova d’attore risultando il mattatore assoluto del film. Convince meno Lily Collins nel ruolo di Elizabeth, non tanto per la performance dell’attrice, ma soprattutto per la costruzione del personaggio che si abbandona a scelte poco coerenti chiaramente dettate dalla voglia di donare un’enfasi narrativa “da thriller” al film.

Curioso notare che Joe Berlinger avesse già affrontato l’argomento Ted Bundy nella miniserie documentario Conversazioni con un killer: Il caso Bundy, che possiamo trovare su Netflix.

Ted Bundy – Fascino criminale è distribuito nei cinema italiani da Notorious Pictures a partore dal 9 maggio.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Zac Efron mattatore assoluto.
  • Il film ha un gran ritmo ed è avvalorato da un linguaggio pop che lo rende molto accattivante.
  • Raccontare l’aspetto processuale legato alla vita di Bundy e non i suoi crimini è senza dubbio la scelta più originale.
  • Il personaggio di Lily Collins non possiede una scrittura coerente.
  • Si respira un’aria da tv movie (anche se di qualità) che in effetti è confermata dal mancato passaggio del film nelle sale statunitensi.
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