TFF38. Calibro 9, la recensione

Il trend del sequel tardivo aveva catturato l’attenzione del cinema italiano di genere all’inizio del terzo millennio, rimescolando le carte della commedia all’italiana con tentativi di rinverdire alcuni dei successi italiani del glorioso periodo a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80. Possiamo citare, infatti, Febbre da Cavallo – La mandrakata, L’allenatore nel pallone 2, Eccezzziunale veramente – Capitolo secondo…me, Il ritorno del Monnezza, ma anche La Terza Madre, per cambiare genere, operazioni per lo più fallimentari che – Mandrakata a parte – ci hanno detto che rivangare successi del passato nel cinema italiano non è solo palesemente anacronistico, ma anche dimostrazione di difficile adattabilità alla contemporaneità produttiva per un format che funzionava 30 o 40 anni prima.

Oggi andiamo nuovamente a percorrere strade già solcate e, direttamente dal 1972, torna Milano Calibro 9, capolavoro indiscusso del cinema crime tricolore nonché apice della carriera del mai troppo celebrato Fernando Di Leo. Infatti, a distanza di ben 48 anni da quel grande successo internazionale che “rubava” il titolo dall’opera di Scerbanenco, arriva il sequel Calibro 9, per la firma del figlio d’arte Toni D’Angelo.

Calibro 9

Scisso il nome del capoluogo lombardo dal titolo, vista l’ambientazione geograficamente più varia, Calibro 9 ci porta 40 anni dopo gli eventi del primo film mostrando l’eredità fisica e concettuale delle azioni del leggendario Ugo Piazza (interpretato nel film originale da Gastone Moschin), morto “a causa di una donna” ma vivissimo nei ricordi di tutti i personaggi. Calibro 9 si focalizza sul figlio, Fernando Piazza (Marco Bocci), avvocato penalista e truffatore recidivo che riesce a trafugare, grazie all’azione di una hacker esperta, una somma ingente di soldi dal conto di una società fittizia. Caso vuole che si tratta di merce di scambio tra la ‘ndrangheta e la mafia esteuropea, tanto che i peggiori criminali internazionali si mettono alla ricerca di Piazza, principale indiziato del furto anche per la scomoda reputazione paterna. Fernando, grazie all’aiuto di Maia (Kseniya Rappoport), sua ex fidanzata e nipote di un noto latitante della ‘ndrangheta, dovrà dimostrare ad ogni costo la sua innocenza.

Calibro 9

Ci duole dirlo ma Calibro 9 è l’ennesima conferma che non riusciamo a dare adeguatamente una “nuova vita” ai classici del passato e, ancora una volta, la causa di tutto è l’approccio produttivo odierno, estremamente ridimensionato e concettualmente troppo lontano da quello molto più “industriale” di quarant’anni fa. Calibro 9 ha dalla sua la voglia di non essere un remake mascherato da sequel ma un vero e proprio proseguo di quella storia, non limitandosi a riproporre la medesima meccanica narrativa. I personaggi del film di Di Leo sono citati di continuo e fanno parte effettivamente della trama, in alcuni casi presenziando in piccoli ma determinanti ruoli, come Nelly Bordon che ha ancora il volto di Barbara Bouchet (pessimamente doppiata) e Rocco Musco che non è più Mario Adorf (oggi novantenne) ma Michele Placido, in altri casi evocati dai dialoghi.

Toni D’Angelo, che è un regista molto attento e lo aveva già dimostrato con Falchi, mostra un grande rispetto per l’opera originale senza mai voler imitare Di Leo ma andando giustamente per una sua strada personale; così come un sincero affetto verso il capolavoro del ’72 è espresso dalla sceneggiatura di Luca Poldelmengo, Marco Martani, lo stesso D’Angelo e Gianluca Curti, quest’ultimo anche produttore e figlio di Ermanno, produttore di Milano Calibro 9. Peccato, però, che lo script è il primo dei tantissimi difetti di Calibro 9!

Buona l’idea di rendere protagonista del film il figlio di Ugo Piazza ed efficace la caratterizzazione da truffatore egoista e pieno di sé che rinnega l’acume paterno, ben supportata dalla “faccia da schiaffi” di Marco Bocci, ma sostanzialmente anonimi tutti i personaggi di supporto. Non funziona la “bond girl” interpretata da Kseniya Rappoport sia perché non funziona affatto lei come attrice in quel ruolo (non sarebbe stato male doppiarla, almeno), sia perché c’è una goffa caratterizzazione moderna su un personaggio chiaramente pensato come classico; non funziona neanche il Commissario Di Leo (che insieme a Fernando Piazza compone l’omaggio abbastanza infantile al regista di Milano Calibro 9), interpretato da un Alessio Boni molto sottotono che sembra completamente smarrito all’interno di una storia che potrebbe benissimo fare a meno di lui. Ma è lo stesso intreccio a risultare impacciato, confuso, con linee narrative inespresse e mal gestite, con dialoghi spesso ridicoli e un finale clamorosamente anticlimatico.

Calibro 9

Calibro 9 va poi a peccare sotto quegli aspetti che hanno reso molto riconoscibile il filone del “poliziottesco”, ovvero l’azione e la violenza. Il film di Toni D’Angelo è molto trattenuto sotto il punto di vista action con poche scene a tema e neanche troppo ben coreografate, andando a perdersi in orpelli stilistici – tipo il ralenti con pioggia di vetro – che stonano nel contesto. La violenza, invece, oltre che essere poco presente (ma neanche Milano Calibro 9 ne faceva quell’uso eccessivo che ne hanno fatto altri film dello stesso genere) è inserita malamente e quelle due scene in cui ci sono donne picchiate (una, ovviamente, è la Bouchet!) che vogliono palesemente “omaggiare” questa caratteristica pseudo-misogina del poliziottesco anni ’70, appaiono solo di cattivissimo gusto.

Calibro 9

Dispiace demolire un film come Calibro 9, che riutilizza l’iconico tema musicale di Bacalov e sulla carta sarebbe potuto essere, oltre che un atto d’affetto, anche un modo per riportare in auge un particolare genere del cinema italiano; ma guardando questo film si fatica davvero a salvare qualcosa. Anche esteticamente non soddisfa, con una fotografia che lascia percepire allo spettatore i punti luce e gli interni male illuminati, dove le scene d’azione sono ambientate in zone extraurbane per palesi motivi di budget e di organizzazione dei set. Con Calibro 9 siamo davvero dalle parti di una fiction da prima serata Mediaset e il ricordo del grande, magnifico film di Fernando Di Leo sussurra allo spettatore di dimenticare il prima possibile questo sequel.

Calibro 9 è stato presentato fuori concorso alla 38ª edizione del Torino Film Festival.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Porta rispetto al film originale.
  • La regia non è male.
  • Sceneggiatura confusa, ingenua, inespressa.
  • Attori mediocri.
  • Scene d’azione modeste.
VN:R_N [1.9.22_1171]
Valutazione: 4.0/10 (su un totale di 1 voto)
VN:F [1.9.22_1171]
Valutazione: 0 (da 0 voti)
TFF38. Calibro 9, la recensione, 4.0 out of 10 based on 1 rating

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.