TFF38. Lucky, la recensione

May scrive libri motivazionali indirizzati a un pubblico femminile e, nonostante il successo dei suoi manuali, il rinnovo del suo contratto è in forse tanto che la voglia di partecipare all’ennesima presentazione con firma-copie proprio non ce l’ha. Una notte, qualcuno si intrufola nella casa in cui May vive con suo marito Ted: è un uomo mascherato e armato di coltello che la aggredisce. Ma Ted non è affatto sorpreso della cosa, affermando che la stessa situazione si palesa ogni giorno e anche la polizia, arrivata non appena l’aggressore è scomparso, sembra non prendere troppo sul serio questa storia. Il mattino dopo, Ted risulta irrintracciabile e May, giorno dopo giorno, riceve la “visita” dell’aggressore mascherato. Ma cosa sta succedendo nella vita della donna?

Al suo secondo lungometraggio, dopo il fanta-esistenziale Imitation Girl, la statunitense (di origini iraniane) Natasha Kermani prosegue un personalissimo percorso nella rielaborazione degli stilemi del cinema di genere e con Lucky si cimenta nello slasher-movie. Ma attenzione! Non parliamo di uno slasher canonico, piuttosto di un’originale rilettura del filone caro all’horror utilizzato per veicolare un ben preciso messaggio di sensibilizzazione alla violenza che le donne troppo spesso subiscono in silenzio dagli uomini. Che, detta così, farebbe pensare a un “pippone” moralistico da rassegna di cinema sociale, cosa quanto di più lontano dal risultato portato a casa dalla Kermani con Lucky!

Lucky

L’approccio che la regista ha scelto, adattando una sceneggiatura di Brea Grant, anche attrice protagonista, è quello della satira: per cui gli stilemi del thriller/horror vengono affrontati con sagace meticolosità ma tenendo sempre alta l’asticella dell’ironia che trova soprattutto nel paradosso della situazione raccontata il suo veicolo primario.

Una horror/comedy, dunque, che a mano a mano che focalizza il suo obiettivo si contamina con il dramma, il dramma femminile di essere facilmente vittima di violenze (maschili), non essere creduta ed essere considerata “fortunata” (da qui il titolo poco pregnante) qualora si abbia la meglio sull’aggressore.

Lucky

La regista punta molto sulla ripetitività della situazione grazie alla quale May, da vittima indifesa delle violenze, a poco a poco, si trasforma in una esperta dell’autodifesa, al punto tale da riuscire ad uccidere il suo aggressore. Però, nonostante le martellate, le pugnalate, le bastonate e le cadute da altezze considerevoli, il “mostro” mascherato torna e torna e torna di nuovo, come in un loop temporale che capovolge i ruoli del film Auguri per la tua morte.

Facendo, dunque, della ridondanza la forza e anche il suo limite strutturale, Lucky sviscera i topoi del cinema slasher in un contesto da home invasion, piazza qualche scena truculenta e si prepara a un finale disvelatore che è il maggior limite del film. Infatti la Kermani e la sua attrice/sceneggiatrice Brea Grant imbastiscono un epilogo perfettamente coerente con il resto della narrazione ma che trasforma l’allegoria alla base del film nel film stesso. Così facendo, Lucky perde qualsiasi altra possibile chiave di lettura e uniforma tutti gli elementi presentati nel corso degli 80 minuti di visione su un unico livello. Il messaggio è chiaro, l’immagine finale senza dubbio potente, ma il film acquista un tono didascalico che forse avrebbe fatto meglio ad evitare.

Lucky

Nel complesso, Lucky sa come distinguersi dalla massa di thriller/horror femminili e femministi, segue, per certi versi, l’esempio del recente L’uomo invisibile ma sceglie di intraprendere un percorso più tortuoso e originale, magari anche a costo di scottarsi, comunque in grado di farsi ricordare.

Lucky è stato presentato in anteprima mondiale al South by Southwest Film Festival e inserito nella sezione Le stanze di Rol del 38° Torino Film Festival.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Una bella idea di base.
  • Riesce a viaggiare con naturalezza tra i generi: slasher, home invasion, commedia, dramma.
  • Ripetitivo e per qualcuno potrebbe essere un punto a sfavore.
  • L’esplicativo finale riduce la portata metaforica del messaggio.
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