The Greatest Showman, la recensione

Arriva nei nostri cinema il 25 dicembre 2017, proprio nel giorno di Natale, The Greatest Showman, il musical su P.T. Barnum, uno dei personaggi più poliedrici e controversi dell’Ottocento.

Dismessi gli artigli di adamantio, col bellissimo commiato Logan, Hugh Jackman torna a coreografie e canto dopo Les Misérables. È l’attore australiano infatti a incarnare la storia di Barnum: dall’infanzia in povertà, che sedimenta in lui la voglia di riscatto, fino all’età adulta dove diviene uno dei primi e più importanti impresari di Spettacolo, fondatore dello storico circo che porterà il suo nome.

Diretto dall’esordiente John Gracey che ha incontrato Jackman sul set di uno spot pubblicitario, The Greatest Showman comincia col piglio scintillante e imponente, e il modello Moulin Rouge fa subito capolino, anche perché i periodi storici del racconto non sono poi così lontani. Particolare importante è che alle musiche ci sono Benji Pasek e Justin Paul compositori premi Oscar per La La Land ma, precisiamo, il lavoro per The Greatest Showman è cominciato prima del film pluripremiato di Damien Chazelle.

Nel cast ci sono poi Michelle Williams, uno Zac Efron non tanto in parte, la giovane Zendaya già vista in Spider-Man: Homecoming e colei che, oltre a Jackman, fa il lavoro migliore cioè Rebecca Ferguson nel ruolo della cantante lirica Jenny Lind: brava a dosare eleganza, sensualità e desiderio d’amore.

Il titolo del musical poi spiega bene la performance di Hugh Jackman: quel greatest, cioèpiù grande”, vale sia per il tipo di personaggio che potremmo definire, sempre col prestito della sintesi inglese, larger than life” sia perché il lavoro artistico dell’ex Wolverine è eccezionale. Oltre al lato tecnico del canto e del ballo, trasuda in lui la passione per il ruolo e si nota quanto abbia desiderato interpretarlo. Jackman fa trasparire la brama di Barnum: riscattare la sua condizione infantile con l’immaginazione, il pragmatismo e l’intuizione. Ingredienti che lo trasformano in un grande venditore e comunicatore. Non a caso, lo stesso attore, in conferenza stampa collegato da Londra con Roma, ha definito Barnum “come Steve Jobs”.

Se da un punto di vista del valore delle interpretazioni il quadro è chiaro, più problematici sono gli altri aspetti. La sceneggiatura in particolare, firmata da Bill Condon e Jenny Bicks, imprime un ritmo molto buono, non facendo pesare quasi mai le due ore di film. Tangibili poi sono i tanti valori, metaforici, che il film fa risaltare: l’elogio del self made man a braccetto col progresso industriale, l’immaginazione come strumento di elevazione sociale e poi, in particolare, la capacità di trasformare problemi in opportunità e la promozione della diversità.

Impossibile non pensare a Freaks di Tod Browning anche se The Greatest Showman, film natalizio e patinato, non conserva, ovviamente, la stessa inquietudine o lo stesso impatto. La donna barbuta, l’uomo più alto del mondo o quello più obeso, e il loro percorso all’interno del racconto, sono tutti esempi della tutela della diversità e della sua necessità. Temi e valori importanti ieri come oggi in un mondo che, come ai tempi di The Greatest Showman, è ferito dalla crisi economica e di una revisione al ribasso del concetto di “umanità”.

Non si capisce però perché la storia abbia solo toccato gli aspetti positivi di Barnum e limitato i tanti controversi. P.T. Barnum ha attraversato molti processi e rivestito diversi ruoli durante la sua vita, è stato anche sindaco e politico. In questo musical lo vediamo solo, sostanzialmente, come un businessman dello spettacolo. Insomma la complessità del personaggio, che poteva essere grande motrice di varietà nella vicenda, è invece un po’ piatta e monotona.

Restano, visivamente, delle belle soluzioni di montaggio interno (Joe Husting) e una regia che fa il suo dovere: va detto che esordire con un musical big budget è cosa insolita e molto ardua. Dunque The Greatest Showman resta un film col contrasto secco tra confezione e contenuto. Molto patinato ma con poca profondità. Se volete la favola di Natale classica, scintillante, gioiosa e magniloquente allora il film fa per voi, se cercate qualcosa che vi rimanga dentro, come i grandi musical sanno fare, allora la situazione si complica.

Luca Marra

PRO CONTRO
  • Interpretazione di Hugh Jackman.
  • Le musiche, in particolare This is Me.
  • Il lavoro di Rebecca Ferguson.
  • La sceneggiatura che rimane troppo in superfce.
  • L’interpretazione di Zac Efron.
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The Greatest Showman, la recensione, 6.0 out of 10 based on 1 rating
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