The Interview, la recensione del film che ha creato una crisi diplomatica tra Corea del Nord e USA

Il conduttore televisivo Dave Skylark e il suo produttore Aaron Rapoport hanno raggiunto l’apice del successo grazie alle loro interviste ai protagonisti dello star business.
Nonostante la fama, però, vengono costantemente criticati per la qualità dei loro servizi e considerati come solo un altro esempio di giornalismo spazzatura.
Quando vengono a conoscenza che il dittatore della Nord Corea, Kim Jong-Un è un grande fan del loro programma, decidono di organizzare immediatamente un’intervista con lo spietato dittatore e risollevare il proprio nome, ma, dopo l’annuncio, vengono contattati dalla CIA, la quale richiede ai due di sfruttare l’occasione per assassinare il despota e porre fine al suo regno di follia.

Polveri, fumi, arrosti.
Il leak Sony e tutte le successive catastrofi, le mail, gli script, i film rilasciati online. I Guardiani della Pace.
La storia di The Interview e della sua pazza controversia è difficile da comprendere.
Sicuramente è facile capire cosa può aver spinto gli estremisti a saccheggiare e rimestare i server della grande casa produttrice, un po’ meno capire il valore di ogni singola dinamica.
Gli hacker attaccano, Sony traballa, gli hacker ci riprovano, i multisala si ritirano, Obama si irrita, Sony rilascia comunque il film.
Ribaltando il discorso, immaginando una pellicola simile prodotta in campo asiatico con Obama che finisce mitragliato, non si riesce a immaginare una reazione così avversa dai “ciccioni americani”, probabilmente perché loro sono i primi a realizzare le più orrende parodie del proprio leader, ma l’intera ironia di questo disastro internazionale è che The Interview è un film spaventosamente innocuo.
E’ parodia allo stato puro, raramente satira e poco più diluito di un episodio di South Park.

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C’è Kim Jong-Un, gli piace Katy Perry e beve margarita, fa battute oscene e sembra anche un bravo ragazzo.
E’ comprensibile immaginare uno status alla Maometto nella sua terra, ma il vero danno provocato dai Guardiani della Pace si rifletterà direttamente sulla figura del loro leader, moltiplicando gli articoli sul film di Seth Rogen e James Franco, sbandierandone le sue potenzialità come vera dichiarazione di guerra e accrescendo l’interesse mediatico verso un film completamente nella norma, senza messaggi, dichiarazioni o commenti significativi e che, sicuramente, deluderà chi si aspettava una gigantesca prova di coraggio e provocazione da un duo di talenti comici.
La Nord Corea del film è esattamente come se la immagina un americano, i sudditi del monarca sono stupidi, la facciata è palesemente finta e vengono continuamente sparati missili, mentre Franco e Rogen sullo sfondo lanciano battute a raffica su innuendo sessuali, defecazioni e rimangono esterrefatti dal mondo di Kim, assurdità e splatter inclusi.
Questo è The Interview. Certo, una scena in particolare del finale farà rabbrividire alcuni per quello che mostra nei confronti del Dittatore, ma non è più provocatoria o oltraggiosa di tutte le precedenti, specialmente perché è lampante fin da subito che nessuna delle persone coinvolte nella produzione del film conosce granché della Corea, probabilmente percepita allo stesso modo dell’Iraq, dell’Isis, dei talebani.
Un ambiente, i cattivi dentro, ridicolizziamoli, ecco il film. Ecco la formula.
Il vero attacco l’ha compiuto la Corea del Nord verso se stessa, rendendo quello che poteva essere un modestissimo film commerciale da uscita natalizia in un caso diplomatico, e rivelando la natura ridicola dei propri meccanismi e della propria filosofia politica.

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La comicità che anima il baraccone è la stessa utilizzata nei precedenti lavori della coppia; è “ama o odia”. Franco è Franco al quadrato; spocchioso, stupidissimo, egocentrico. Rogen è Rogen; si sconvolge per tutto, si prende in giro per il proprio aspetto grassoccio, ha la stessa barba e spegne l’eccesso di vena messa in scena dal suo comprimario; se hanno funzionato per voi in Facciamola Finita, qui funzionano anche meglio, soprattutto perché il film (e di nuovo si ritorna all’ironia sopracitata) conosce un limite nel proprio essere sboccato e volgare, ma non lo trapassa mai fino in fondo, si frena entro un confine del tutto accettabile ed eccelle nel mostrare i lati più infantili di ogni singolo personaggio, Kim Jong-Un su tutti (una menzione speciale a Randall Park, ha campo facile nel proporre risate, ma in scena c’è un’indubbia verve comica e demenziale).
Di veramente memorabile c’è solo quello che è avvenuto al di fuori dell’artificio della pellicola, e probabilmente l’idea di fondo, dopo tutto, era proprio quella.
E’ divertente, intrattiene e ha generato una crisi tra due nazioni.
Più di così, The Interview non può fare.

Luca Malini

PRO CONTRO
  • Divertente, se siete fan di Rogen/Franco.
  • Ottimi valori di produzione.
  • Ha causato una crisi tra Nord Corea e America.
  • Ha fatto arrabbiare Kim Jong-Un.
  • Finale un po’ affrettato.

 

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