The Teacher, la recensione

Una volta su mille capita anche questo. Cioè che la frasetta “tratto da una storia vera”, al di là dell’ovvio escamotage pubblicitario, trascenda il marketing e dia al film cui viene applicata una forza e una risonanza inedite.

The Teacher è un film slovacco, ma cechi sono il suo regista, Jan Hřebejk, e il suo sceneggiatore, Petr Jarchovský. E ceca sarebbe anche l’ambientazione originaria di questa vicenda incredibile, Praga sul finire degli anni ’70. Ma l’azione si sposta in territorio slovacco per esigenze produttive e va bene così.

Nel 1983, a Bratislava come altrove, il comunismo fa acqua da tutte le parti, ma è ancora difficile intravederne la fine. Zuzana Mauréry, l’insegnante del titolo, vedova di un ufficiale del Partito, è solare, vistosa nell’abbigliamento, conciliante con i suoi studenti, e all’apparenza molto motivata. All’apparenza. Le sue gonne colorate e le sue scarpette non proprio eleganti, diciamo, sono i feticci del potere comunista nella scuola. E del potere si fa presto ad abusarne, specialmente se le motivazioni che conducono al sopruso non sono poi così strampalate.

Vale la pena, rispetto al solito, di sbilanciarsi un po’ di più nell’esposizione della trama, perché la storia è notevole, ma l’appeal commerciale del film limitato: il primo giorno di scuola l’insegnate chiede ad ogni studente “Che lavoro fanno i tuoi genitori?”. E quello risponde senza troppi problemi, confidando in una domanda innocua. La povera donna, vedova e sola, sfrutta tuttavia le informazioni acquisite per estorcere favori a mamma e papà, ciascuno secondo la propria posizione è chiaro, garantendo, in caso di un servizio efficiente, una bella carriera scolastica al pargolo. In caso contrario, se il genitore non provvede  adeguatamente, scatta la ritorsione, e la pagella piange. Questo sistema di favori e ricatti, che farebbe invidia a certi protagonisti delle cronache nostrane, suscita apprensione ai vertici della scuola, indigna qualche genitore, ne lascia indifferenti altri. Una riunione clandestina viene organizzata per decidere il destino della donna.

La corruzione e l’abuso di potere come stato mentale, il valore dell’insegnamento, il bieco e vigliacco conformismo di fronte allo status quo, la paura e il coraggio come prove di carattere sono temi pesanti e dal respiro universale. In questo senso l’ambientazione e lo sfondo, in The Teacher, sono meno rilevanti di quanto non sembri a prima vista e possono distrarre. Il film è politico, certo, ma a modo suo. Non siamo di fronte alla mera satira anticomunista. Basterebbe il finale del film, che ricorda alla lontana quello del bellissimo No (2012) del maestro cileno Pablo Larraìn, per capirlo.

Il messaggio veicolato da Jan Hřebejk e da Petr Jarchovský è troppo sfumato per finire sulla carta di un cioccolatino, ma grazie al cielo ci viene risparmiata la pedanteria. Attenzione, mormorano regista e sceneggiatore, a pensare che gli stili corruttivi e le tendenze proposte da The Teacher siano prodotti di un solo periodo, di una certa epoca, il parto malato di una ideologia ben precisa. La verità è che la natura dell’uomo è sempre la stessa, dappertutto. E la storia non segue una linea retta, è ciclica.

L’interpretazione di Zuzana Mauréry, giustamente premiata, in bilico fra tenerezza cattiveria e umor nero è un po’ il perno del film. L’ambiguità come parola d’ordine, dunque.

 Nove registi su dieci, di fronte a un materiale del genere, avrebbero scelto la via dell’affresco storico senza speranza, o magari schiacciato senza ritegno il pedale della farsa grottesca e cattivissima. The Teacher è una rievocazione storica, certo, è satira, sicuramente, non nasconde il dramma, proprio così. Ma si riserva, e questa è la sorpresa più piacevole, dei momenti di commedia pura. Alcune delle migliori battute dell’anno… vedere per credere. E questo è salutare e spiazzante.

La struttura è quella del giallo, due classi speculari, un forte senso di mistero all’inizio, l’emozione dello svelamento. Il giochino alla lunga stanca un po’, l’idea di regia si fa troppo esplicita e rigida. Ma non bastano questi appunti a smorzare il fascino di un film robusto e rigoroso che trae, dall’autenticità delle vicende raccontate, la forza per mordere lo spettatore con incisività.

Francesco Costantini

PRO CONTRO
Il modo con cui il film approccia l’idea di base. Cioè come, partendo dai  presupposti più giusti, possa nascere quanto di più sbagliato. L’universalità del film forse sarebbe risaltata di più se ci si fosse sbarazzati del riferimento storico. Il rischio è che il film venga liquidato come satira sul comunismo.
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