The Turning, la recensione

Se la caratteristica principale di un’opera d’arte è la capacità di essere riprodotta e di vivere in più forme, anche a costo di vedere svalutata la sua aura e il suo valore come asseriva il filosofo tedesco Walter Benjamin, l’espressione artistica che può godere di più vite è per distacco la letteratura il cui rapporto col cinema è da sempre strettissimo e molto redditizio. Nel mondo horror questo connubio fa rima con gotico e il relativo immaginario di tematiche ed ambientazioni, descritte sia nelle pagine dei romanzi che sul grande schermo, fatto di castelli antichi e maestosi, passaggi segreti, ragnatele, fantasmi e storie rese torbide da maledizioni, vendette e personaggi dall’etica discutibile e tormentati da un terribile passato che ritorna.

Accanto ai grandi classici del genere come Dracula, Frankenstein, i vari  racconti di Edgar Allan Poe, un titolo che ha solleticato la fantasia di autori di ogni tempo è Il giro di Vite di Henry James che, dopo tante trasposizioni cinematografiche (tra cui annotiamo l’omonimo film con Ingrid Bergman e il liberamente tratto The Others di Alejandro Amenabar), ritorna sul grande schermo grazie a Floria Sigismondi, regista candese di chiare origini italiane la cui attività si divide fra videoclip musical con grandi artisti (David Bowie, Marilyn Manson e The Cure su tutti), arte e fotografia.

The Turning

Una versatilità in questo caso poco utile e produttiva dal momento che il suo The Turning convince a metà sia dal punto di vista visivo, per via di soluzioni stilistiche quasi sempre impersonali e stereotipate, che di quello narrativo, con l’autrice capace solo in parte di cogliere e trasmettere la forte carica emotiva e il senso di spaesamento che il romanzo di James di fine Ottocento sa incutere.

Una giovane insegnante di nome Kate viene assunta per prendersi cura di due bambini, Flora e Miles, che vivono in una casa maestosa, vecchia e isolata dal resto del mondo. Dopo aver fatto la conoscenza della vecchia governante che segue la famiglia dei piccoli da tanti anni, però, Kate capisce che tra le mura della magione c’è qualcosa di strano e anche i bambini dal carattere difficile nascondono segreti terribili riguardanti eventi accaduti nella villa. Un alone di mistero avvolge la famiglia e crea disagio e pericolo nella protagonista.

The Turning

Il percorso artistico variegato della Sigismondi, di cui sopra, avrebbe fatto pensare ad un approccio stilistico stravagante, poliedrico e originale: nulla di tutto questo accade in The Turning. Il suo secondo lavoro alla regia, infatti, evidenzia fin dalle prime battute la volontà di adagiarsi su binari narrativi e visivi già visti e di rivolgersi ad uno spettatore ingenuo e poco alfabetizzato col genere. Assistiamo così ad una fuga notturna la cui motivazione viene fornita nel corso degli eventi, la solita protagonista ritrovatasi per caso alle prese con una famiglia misteriosa, una suggestiva magione gotica piena di segreti e uno stile che ricorda tanto i titoli della BlumHouse. Riferimento, questo, non casuale data la presenza dei due sceneggiatori Carey e Chad Hayes i quali mettono in pratica la lezione di James Wan – con cui hanno collaborato alla saga The Conjuringinfarcendo il film di scene di tensione basate su elementi dozzinali quali jumpscare, lunghe passeggiate in interni dall’arredamento antico e immersi nel buio e, per concludere, apparizioni di fantasmi dall’aspetto poco spaventoso.

The Turning

Qualche segnale di timida ripresa, tuttavia, viene fuori nella parte finale in cui la Sigismondi trova il coraggio di osare qualcosa e, seppur con risultanti buoni ma nulla più, offre immagini e sviluppi interessanti della storia che soddisfano quel richiamo all’originalità tanto invocata e trasmettono il clima di terrore del romanzo di James. Basti pensare al lungo e realistico viaggio mentale di Kate che scaturisce dalla visione dei disegni della mamma.

Mezz’ora finale, dunque, in grado di riscattare leggermente un film che vanta anche un cast di assoluto rispetto nel quale spiccano la star di Stranger Things Finn Wolfhard e la brava Brooklynn Prince nei panni dei due piccoli protagonisti, Mackenzie Davis e Barbara Merten, che dà corpo all’enigmatica Miss Grose.

The Turning, in conclusione, è un film che si iscrive al club del “vorrei ma non posso” e ha il retrogusto amaro dell’occasione sprecata.

Vincenzo de Divitiis

PRO CONTRO
  • La parte finale offre qualche soluzione registica originale.
  • Atmosfere gotiche sempre affascinanti.
  • Per gran parte del film assistiamo al festival del già visto.
  • Personaggi mal sviluppati e storia che non emana la carica emotiva del romanzo.
  • Poca voglia di osare da parte della regista.
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Valutazione: 5.0/10 (su un totale di 1 voto)
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