This Beautiful Fantastic, la recensione

L’eccentrica e giovane bibliotecaria Bella Brown (Jessica Brown-Findlay) riesce, dopo vari tentativi ed incomprensioni, a diventare amica dello scontroso vicino Alfie Stephenson (Tom Wilkinson). La loro amicizia fiorirà di pari passo con il giardino che Bella fa rinascere in una Londra fuori dal tempo e dallo spazio, che non sembra nemmeno essere l’enorme metropoli che tutti conoscono. Inevitabile arriverà anche l’amore, e tutte queste esperienze permetteranno a Bella di realizzare il sogno della propria vita: diventare una scrittrice di libri per bambini.

Simon Aboud esordisce nel lungometraggio con un film che è chiaramente una rielaborazione british del Favoloso mondo di Amelie, ma non si limita all’omaggio o al remake ufficioso. L’opera di Aboud vive di vita propria, anzi elimina tutto quel grottesco zuccheroso che tanto fece la fortuna del film con Audrey Tautou. Nessuna visione color pastello, personaggi bizzarri o fiabeschi: tutto è si molto leggero ed armonioso, ma è una leggerezza che ha quasi il sapore di un romanzo di Calvino. La vecchiaia, il mobbing sul lavoro, la perdita dello stesso ed il rischio di sfratto fino ad arrivare alla morte: su tutte queste piccole/grandi tragedie vi si plana su con leggerezza. Si cerca e alla fine si trova il modo di guardarle da un altro punto di vista per riuscirne a carpire i, seppur piccoli, benefici.

La vita di Bella segue il ciclo vitale del suo giardino. La sua fobia per la natura, il timore reverenziale che ne ha le impediscono di prendersi cura di quell’ammasso informe che è ormai il suo cortile. Ed informe è difatti anche la sua vita: solitaria, piena di fissazioni (ha uno spazzolino da denti per ogni giorno della settimana), senza affetti e amori di sorta. Solo libri, lavoro, la sua macchina da scrivere ed i suoi pasti regolari. Nessuno può abbattere quell’agglomerato di erbacce che sovrastano sia il giardino che il suo cuore. Quando finalmente il cortile comincerà ad avere un senso ed una forma compiuta, ecco che la sua vita andrà in una direzione ben definita: l’apertura all’amore ed a nuove amicizie fino a giungere alla realizzazione artistica.

Ed il maestro, colui che le insegnerà a prendere la vita per i capelli (per le foglie in questo caso), sarà proprio l’anziano e burbero vicino di casa. La seguirà ed istruirà finché lei ne avrà bisogno e poi, come in tutte le storie di formazione, la sua figura si eclisserà per permettere alla sua allieva di percorrere la strada per conto suo.

Il film alcune volte cerca il facile sentimentalismo ma riesce, in quasi tutte le sequenze, con un colpo di coda a rimettersi sulla giusta carreggiata. Anche la morte non viene strumentalizzata per commuovere lo spettatore. Tutto avviene ancora a cuor leggero, con un alone di tristezza rappresentato visivamente dal vestito scuro di Bella, ma interrotto dal fiore lilla all’occhiello. Anche nelle tragedie più nere la luce che illumina e colora è sempre presente, e quel fiore sbocciato non è altro che la nuova e gioiosa vita di Bella.

La regia e la fotografia tendono a seguire il tono dell’opera e a ricercare quella poesia nel quotidiano, che è in antitesi assoluta con il film francese del 2001: lì tutto era cartoonesco, i personaggi erano delle macchiette di carta stravaganti e fuori da un qualsiasi tipo di realtà tangibile. Il vivere quotidiano con le sue gioie e dolori era sostituito da una pantomima irriverente ed ironica. Qui invece si vive e si muore, come avviene tutti i giorni in ogni parte del mondo, ma si affronta tutto con la leggerezza formale che è indubbiamente il punto forte di questa piccola e riuscita opera prima.

Stefano Tibaldi

PRO      CONTRO
  • Favola moderna ma assolutamente ancorata alla vita reale.
  • Ci si emoziona senza che ci sia bisogno di facili patetismi.
  • Ad avercene di film d’esordio di così discreta fattura.
  • Certe volte si esagera con l’accumulo di problematiche da risolvere.
  • L’incipit è troppo fiabesco e stona con l’equilibrato resto del film.
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