Thor: Ragnarok, la recensione

Sono passati quasi dieci anni da quando è nato il Marvel Cinematic Universe, un doppio lustro costellato di successi, storie fantastiche e personaggi meravigliosi che hanno preso corpo (spesso per la prima volta) sul grande schermo. Quella che ne è venuta fuori possiamo definirla senza remore la più importante e influente produzione cross mediale dai tempi di Star Wars. Ora, giunti al diciassettesimo film dell’MCU, ovvero Thor: Ragnarok, notiamo il primo vero scricchiolamento di una macchina che, fino ad oggi, non ha mai mostrato incredibilmente momenti di stanca.

Terzo di un’annunciata trilogia, Thor: Ragnarok riporta in scena l’amato Dio del Tuono interpretato da Chris Hemsworth dopo un’assenza dagli schermi lunga due anni. Infatti avevamo lasciato Thor dopo il combattimento di Sokovia contro il diabolico robot senziente Ultron, un arrivederci che lo aveva escluso dal successivo film collettivo dell’MCU Captain America: Civil War, perché non solo la Terra era in pericolo, ma c’erano anche importanti questioni da risolvere ad Asgard.

Infatti, con estrema e puntuale coerenza narrativa, in Thor: Ragnarok troviamo il “nostro” alle prese con l’imminente Ragnarok, ovvero la battaglia contro le forze del Male che potrebbe portare alla completa distruzione di Asgard e di tutti i suoi abitanti. Thor è prigioniero di Surtur su Muspelheim, ma la sua abilità di combattente (e oratore!) e l’aiuto del suo fidato martello Mjollnir, gli consentono di liberarsi, sconfiggere il malefico Surtur sottraendogli la sua arma più preziosa ed evitare così Ragnarok. Ma i guai non sono finiti! Dopo aver scoperto anche il piano di suo fratello Loki, che stava regnando ad Asgard con l’inganno, incontra suo padre Odino sulla Terra e scopre che ha una seconda sorella, la primogenita Hela, allontanata da Asgard proprio da suo padre a causa delle  aspirazioni dispotiche e l’indole sadica. Ora che Hela si è ricongiunta alla sua famiglia, vuole ciò che gli spetta di diritto, cioè Asgard, e per averlo è disposta a far scorrere molto sangue.

Diciamo che questo è solo l’incipit di Thor: Ragnarok, i primi 20 minuti, nei quali c’è anche un riuscitissimo (e funzionale) cammeo del Doctor Strange di Benedict Cumberbatch. Ma il film è ricchissimo e la sua parte centrale, che ne rappresenta il buon 70% della storia, è ambientata su Sakaar, l’anarchico pianeta governato dal Gran Maestro (Jeff Goldblum) su cui Thor incontrerà vecchi (Hulk) e nuovi (Valchiria) alleati.

Thor: Ragnarok è proprio come Saakar, un gigantesco affresco di culture, rumoroso, colorato, ironico e appunto anarchico. Una scheggia impazzita all’interno del Marvel Cinematic Universe che si traduce, allo stesso tempo, in croce e delizia del film. Perché se è vero che questo folle calderone ha personalità da vendere se visto come opera a sé, è anche vero che manca completamente di coerenza con quanto sia stato fatto fino ad ora con la saga asgardiana e con i personaggi di Thor. Di fatto, Thor: Ragnarok è molto più vicino a Guardiani della Galassia che a Thor stesso e visto l’unanime successo (di pubblico e critica) dei due film diretti da James Gunn, non fatichiamo a credere che la stessa produzione abbia indirizzato il regista di Thor: Ragnarok Taika Waititi proprio verso quella direzione. In fin dei conti, il neozelandese Waititi ha un passato da comico e i toni più che leggeri del suo Thor sono molto in sintonia con il suo stile un po’ folle e sopra le righe. Ma questo fa del terzo Thor un oggetto anomalo che rompe la coerenza interna marveliana gettando, di fatto, tutto in burletta; un boccone amaro per i fan puristi dell’MCU che si trovano tra le mani una sorta di cartoon live action dai toni costantemente comici.

Il rapporto tra Thor e Loki, in particolare, cruciale nella saga e nell’MCU, è qui sminuito a battibecchi dove il Dio dell’Inganno ne viene fuori avvilito. Ricordate quando in The Avengers Loki veniva sbattuto di qua e di là da Hulk con un colpo di scena (e di genio) che stemperava perfettamente il crescendo di tensione? In Thor: Ragnarok quel tono burlesco viene utilizzato continuamente sul personaggio, azzerando completamente il suo appeal da villain e da personaggio ambiguo super partes. La stessa new entry Hela, interpretata da una Cate Blanchett incredibilmente sexy e dal look identico alla controparte fumettistica, non si riesce proprio a prendere sul serio, anch’essa così sopra le righe da non risultare minimamente minacciosa.

In fin dei conti, per entrare nel mood di Thor: Ragnarok bisogna pensare a Saakar, al Gran Maestro – forse il personaggio più riuscito dell’intero film e che era già comparso sui titoli di coda di Guardiani della Galassia Vol.2 – a un Hulk divertentissimo (anche lui meno tormentato e più comico, sempre interpretato da Mark Ruffalo), ai combattimenti tra gladiatori alieni nell’arena e alla simpatica coppia composta dal logorroico Korg e il suo silenzioso amico Miek. Tutto materiale che arriva dalla saga fumettistica Planet Hulk, inizialmente vociferata come sviluppo assolo dell’alter ego di Bruce Banner e poi confluita nella saga di Thor.

Simpatici e inattesi cammei (fate attenzione a chi interpreta chi nello spettacolo teatrale ad Asgard!), mondi coloratissimi e ricchi di appeal, una comicità spinta e onnipresente e una colonna sonora rock vintage-cult con i Led Zeppelin e la loro Immigrant Song in prima linea. Questo è Thor: Ragnarok, ma non è propriamente Thor, che aveva raggiunto un equilibrio tra le parti con il secondo capitolo Thor: The Dark World. Se il Dio del Tuono così come rappresentato nell’MCU fino ad oggi non vi piaceva e preferite una commedia fantascientifica e fracassona, Thor: Ragnarok potrebbe fare al caso vostro, ma guardando alla produzione pregressa dei Marvel Studios, questo film ci sembra un azzardo che non si traduce essenzialmente in una riuscita.

Sembra ormai superfluo ribadirlo, ma non uscite dalla sala prima che TUTTI i titoli di coda siano terminati…

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Vengono introdotto alcuni simpatici personaggi.
  • Scenografie e colonna sonora da urlo!
  • C’è ritmo da vendere.
  • L’onnipresente tono da commedia non gli fa bene.
  • Il personaggio di Loki ne esce preoccupantemente sminuito.
  • Si tradisce il pregresso cinematografico di Thor per cercare una contaminazione di tono con la saga dei Guardiani della Galassia, perdendo così di personalità.
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Thor: Ragnarok, la recensione, 6.0 out of 10 based on 1 rating
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