Lui è tornato, la recensione

Molto strano il destino dei regimi dittatoriali del periodo della seconda guerra mondiale, che hanno visto nel corso del tempo il loro ruolo nell’immaginario collettivo decisamente  modificato dal linguaggio cinematografico: da protagonisti di film di guerra e drammatici, infatti, nazisti e fascisti sono diventati una fonte inesauribile per molti giovani autori che hanno attinto dalle loro sciagurate gesta per realizzare prodotti che, pur contenendo un messaggio di critica e condanna politica verso i poteri forti, mirano per di più al semplice intrattenimento e al cinema di genere più puro. E così negli ultimi anni abbiamo assistito a soldati tedeschi in versione zombie, oppure abitanti del lato oscuro della luna e al ritorno di Hitler ai giorni nostri. Quest’ultima cosa accade in Lui è tornato di David Wnendt il quale, ispirandosi all’omonimo romanzo di Timur Vermes, realizza una pellicola diventata ben presto un caso nazionale in Germania e che racchiude al proprio interno una miriade di spunti di riflessione e una feroce satira verso la società attuale e i mezzi di comunicazione.

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Berlino, ottobre 2014. Un operatore di una Tv locale come tante sta girando un servizio su come il calcio possa diventare una via di fuga dalla periferia della capitale tedesca. Durante la fase di montaggio, l’uomo si accorge di aver ripreso anche un personaggio che assomiglia in tutto e per tutto a Hitler e, fiutando aria di opportunità della vita, cerca in tutti i modi di contattarlo per farlo diventare la star incontrastata della televisione per cui lavora. Nel giro di poco tempo il Fühler appare in tutti i programmi comici, talk show e persino canali YouTube dimostrando un carisma fuori dal comune e una grande capacità di conquistare con le sue idee il popolo tedesco che tuttavia non sa di aver a che a fare non con un attore, ma con il vero dittatore.

La trama e l’approccio di Wnendt, che in realtà segue quello del soggetto originario di Vermes, possono ingannare facilmente e lasciar pensare ad un’opera che tratta una tematica così complessa attraverso sketch banali e basati sul fatto che un personaggio con gli abiti e gli atteggiamenti di Hitler risulti ridicolo agli occhi della gente e diventi un fenomeno da baraccone con cui scattarsi selfie e lasciarsi andare a scherzi di ogni tipo. Per fortuna il regista si rende conto ben presto di come un meccanismo simile alla lunga non possa funzionare e con il passare dei minuti gli approcci da commediola lasciano il campo ad una sempre più intelligente satira sulla Germania contemporanea e su come i grandi mezzi di comunicazione, dalla tv a internet, siano un concreto strumento con cui un “Hitler” di turno riesca a conquistare il popolo tedesco facendo leva sull’ignoranza e sulla crescente insoddisfazione politica ed economica.

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Non sono casuali quindi i continui paragoni che il protagonista, che funge da voce fuori campo, fa con il tempo in cui era al comando della nazione e su tutti spicca quello tra la direttrice della televisione e la regista Leni Riefenstahl, autrice di numerosi documentari che esaltavano il regime fascista. Insomma quello che vuole dimostrare Wnendt è che la Germania in realtà non si è mai sbarazzata del suo ingombrante passato e che basterebbe una minima miccia per far rinascere i sentimenti di odio e intolleranza, ed in tal senso risulta molto efficace il modo accurato con cui viene descritto lo stretto legame tra Hitler e l’operatore tv, ribattezzato Sawatzki dal Fühler, che conduce quest’ultimo alla follia.

L’operazione riesce a meraviglia, nonostante alcune lungaggini di troppo che determinano una durata eccessiva, anche grazie ad uno straordinario lavoro attoriale da parte di Oliver Masucci il quale per interpretare il ruolo di Hitler non solo ha studiato i discorsi e gli atteggiamenti del dittatore, ma ha anche compiuto un consistente lavoro di cambiamento del suo corpo ingrassando più di 20 kg.

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Di notevole livello anche il resto del cast nel quale spiccano i convincenti Katja Riemann e Fabian Busch, nei panni rispettivamente della direttrice della Tv e dell’operatore.

Lui è tornato, in conclusione, è un film riuscito in pieno ed è la dimostrazione di come si possa fare ancora della buona satira politica in modo originale, divertente e con uno stile fresco ed innovativo.

Vincenzo de Divitiis

PRO CONTRO
  • Una satira pungente e mai banale.
  • Storia originale e aderente alla Germania contemporanea.
  • Oliver Masucci magistrale nell’interpretazione di Hitler.
  • Qualche lungaggine di troppo e una durata leggermente eccessiva.

 

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