Un affare di famiglia, la recensione

Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”. Così si apre il romanzo Anna Karenina di Tolstoj, con una frase che spesso si è dimostrata veritiera: poi però è arrivato Un affare di famiglia di Hirokazu Kore’eda a scombinare un po’ le carte in tavola. Il film vincitore dell’ultimo Festival di Cannes, infatti, racconta la storia di una famiglia felicemente atipica, molto diversa da altre viste finora sul grande schermo; ma se è immediato capire di cosa vivono principalmente gli Shibata (taccheggi e furtarelli, da qui il titolo inglese “Shoplifters”), meno semplice risulta intuire i loro legami di sangue. Sin dall’inizio si avverte che c’è qualcosa di straniante a unire i componenti di questa sorta di comune, la quale diventa ancora più eccentrica con l’aggiunta di una bambina maltrattata dai propri genitori.

Chiunque abbia un po’ di familiarità con le opere di Kore’eda sa che il suo campo d’indagine privilegiato è la famiglia, meglio ancora se sui generis: in Little Sister tre sorelle ne accolgono un’altra nata dalla nuova relazione del padre, o ancora in Father and Son due famiglie crescono dei figli non loro a causa di uno scambio di culle. Si intuisce, insomma, che il regista giapponese ama chiedersi se è possibile formare un nucleo solido anche senza una vera e propria parentela, domanda che trova la sua cornice ideale proprio nella nostra contemporaneità; dopotutto nella società odierna moltissimi concetti sono diventati sfuggenti alle categorizzazioni, figuriamoci la famiglia. Allo stesso tempo, in Kore’eda si rintraccia sempre un afflato lirico, tipico di una fetta del cinema giapponese tradizionale, il quale richiama alla mente la maestria di cineasti enormi come Ozu, con la sua camera fissa a misura d’uomo.

Ma mai come in Un affare di famiglia Kore’eda è riuscito a unire magistralmente passato e presente: a lungo il film si configura come poetico e dolce, talvolta anche un po’ kitsch, fin quando non arriva una secchiata d’acqua fredda che ci mostra dei risvolti disturbanti, ricordando la vibrante inquietudine che da alcuni anni pervade, più che il cinema, soprattutto parte della letteratura asiatica. Si pensi a libri come Le quattro casalinghe di Tokyo, La vegetariana, 1Q84, tutti esempi che ci raccontano come il mondo di oggi sa mettere alle strette le persone, forgiandone le personalità e incastrandole in situazioni a dir poco morbose.

Certo, non è la prima volta che Kore’eda si spinge fuori dalla sua comfort zone, dopotutto ci aveva già turbati con film come Distance, storia di un suicidio di massa attuato da una setta, ma stavolta siamo di fronte a qualcosa di ancora diverso, lo si avverte distintamente. Come scritto sopra, il connubio dei principali temi del regista raggiunge in Un affare di famiglia un picco altissimo, un nuovo orizzonte; non stupisce, dunque, che il prossimo lavoro del cineasta sarà per la prima volta ambientato fuori dal Giappone, precisamente in Francia. E noi non vediamo l’ora di gustarci le sue nuove sperimentazioni.

Giulia Sinceri

PRO CONTRO
Un film che unisce dolcezza e inquietudine in maniera magistrale, aiutato in questo anche da un cast superlativo. Un po’ di lentezza in alcuni punti.
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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Un affare di famiglia, la recensione, 8.0 out of 10 based on 1 rating
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