Un nemico che ti vuole bene, la recensione

In una notte di pioggia, di ritorno verso casa, il professore Enzo Stefanelli soccorre un giovane ferito da un’arma da fuoco e gli salva la vita. Qualche giorno dopo Enzo scopre che Salvatore, il ragazzo a cui ha prestato aiuto, è un killer di professione. Adesso Salvatore è determinato a sdebitarsi con il professore e così si mette a disposizione per uccidere – a titolo gratuito – il suo peggior nemico. Enzo, tuttavia, rifiuta il “favore” di Salvatore poiché fermamente convinto di non aver nessun nemico da far giustiziare ma proprio con l’aiuto del giovane killer, l’uomo inizia ad aprire gli occhi su tutte le persone che lo circondano (parenti e amici) così da scoprire che la “lista dei nemici” è in realtà molto più lunga di quanto avrebbe mai sospettato.

Negli ultimi dieci anni qualche cosa è cambiato nel nostro Paese. Impossibile negarlo. Un cambiamento decisamente lento che avanza con la stessa celerità di chi prova ad uscire dalle sabbie mobili, eppure è sempre più evidente che la coscienza cinematografica italiana si è svegliata da un torpore durato veramente troppi anni. Il primo vero campanello di ripresa è suonato quando Stefano Sollima ha portato sugli schermi televisivi la fortunata serie Romanzo Criminale. Da lì ad oggi sono seguiti validi esempi, in tv e al cinema, pronti a ricordare – tanto agli italiani quanto all’estero – che anche “Noi” sappiamo raccontare storie senza necessariamente buttarla in “caciara” o ricorrere a quel “mal di vivere” che ci ricorda quanto si stava meglio quando si stava peggio.

In uno scenario cinematografico come questo, amaro ma comunque in ripresa, c’è ancora qualcuno che si ostina a remare contro questo “cambiamento” e Un nemico che ti vuole bene ne è la fulminea testimonianza.

Co-prodotto da Falkor Production e Medusa Film, Un nemico che ti vuole bene è una delle più grosse occasioni mancate, anzi sprecate, degli ultimi anni che testimonia come l’Italia sia un po’ come quel proverbiale lupo che perde il pelo ma non il vizio. Nella fattispecie, il “vizio” è quello di non saper vedere (o non voler vedere, che è anche peggio!) il potenziale della storia che si ha fra le mani e accontentarsi così di fare una semplice e sciocca cazzata.

Si prova anche un po’ di rabbia nel parlare di un film come questo perché alla base di Un nemico che ti vuole bene c’era davvero del materiale interessante per mettere in piedi un thriller-noir di tutto rispetto. Anche il marketing che sta accompagnando il film ci suggeriva questo, con un trailer ed un poster pronti a prendersi (giustamente) sul serio. E invece no, solo fumo negli occhi. Il film diretto da Denis Rabaglia è banalmente una commedia con Diego Abatantuono, incapace di far ridere e dalla messa in scena particolarmente televisiva.

Le cose peggiorano nel momento in cui si ascoltano le dichiarazioni del regista che testimonia la sua volontà di rendere omaggio ad un genere molto british e poco italiano, ossia la “black-comedy”. Una dichiarazione sconcertante che palesa come in Italia, spesso, vengano utilizzate parole senza conoscerne il significato perché dei meccanismi tipici della “commedia nera”, Un nemico che ti vuole bene non ha proprio nulla. Non solo non ci sono omicidi e autentici “cattivi”, non c’è nemmeno quel macabro senso dell’umorismo che – per definizione – deve caratterizzare il genere. Al contrario, c’è spazio solo per ciò che è umanamente giusto e persino per un finale moralista al più non posso. Rabaglia porta in scena un raccontino ingenuo che mette al centro della narrazione la presa di coscienza di un uomo comune che non si è mai reso conto che la moglie lo cornifica con l’ex marito, il fratello gli ha sempre raccontato bugie su bugie, il collega gli ha soffiato il progetto della vita e così via, attraverso tutti i più logori luoghi comuni che ci hanno raccontato tante volte al cinema e che oggi sono utilizzati come facili espedienti alla base di molte fiction di bassa lega.

Gli stereotipi, tuttavia, non finiscono qui. L’unica cosa che ormai fa ridere in queste commedie che non divertono è questa trasformazione da “commedia italiana” a “commedia pugliese”. Va bene il discorso legato ai finanziamenti regionali che comportano alcuni obblighi produttivi ma inizia ad essere artisticamente castrante questa tendenza nel “ghettizzare” ogni storia facendola diventare fastidiosamente regional-popolare anche lì dove non occorre. Appare altresì disarmante, in una storia ambientata tra Puglia e Svizzera, che il killer professionista sia magicamente napoletano così da portarsi dietro un’altra tonnellata di luoghi comuni di cui avremmo fatto volentieri a meno.

In tutto ciò il cast fa quello che può. Abatantuono deve rendersi conto che il suo talento va ben oltre il ruolo di “commediante” e ad affiancarlo in questo “pastrocchio” troviamo il giovane talento Antonio Folletto (visto già nella seconda stagione di Gomorra), l’onnipresente Antonio Catania, Roberto Ciufoli, Sandra Milo e il sempre fuori posto Massimo Ghini.

In definitiva Un nemico che ti vuole bene non è altro che un film ingannevole, una commedia che non diverte nonché degno rappresentate di tutto quel cinema che fa male al Nostro Cinema.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
Abatantuono è simpatico, sempre e comunque. Tutto il resto.
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