Una giusta causa, la recensione

Siamo nel 1956 e la giovane e brillante Ruth Bader Ginsburg (Felicity Jones), figlia di ebrei russi immigrati, è una delle nove donne ammesse al corso di Legge dell’Università di Harvard. Un’apertura al cambiamento; un rivoluzionario passo avanti, si direbbe. Ma solo in apparenza. La talentuosa ragazza, infatti, concluso egregiamente il percorso di studi, fatica a trovare lavoro proprio in quanto donna. Frustrata e disillusa, ripiegherà sulla carriera accademica, osservando con una punta d’invidia l’amorevole marito (Armie Hammer) affermarsi professionalmente giorno dopo giorno. Ciò che Ruth non si aspetta è che la sua occasione stia per travolgerla, sottoforma di un processo sulla discriminazione di genere. Recuperati la speranza e l’entusiasmo, nonostante le pressioni e il vento decisamente contrario, riuscirà ad arrivare in tribunale e, forse, a mutare la storia legale statunitense.

Una Giusta Causabiopic dedicato alla seconda donna nominata Giudice della Corte Costituzionale, non avrebbe probabilmente potuto trovare una regista più adatta, ovvero Mimi Leder, prima donna ad essere ammessa all’American Film Institute. E’ un film fatto di parole taglienti e di rabbia inarrestabile; di ironica arguzia – sola arma intangibile contro l’imperante maschilismo – e di una sola certezza: la parità dei sessi deve essere riconosciuta come mutamento sociale e culturale. Centro nevralgico della pellicola è una tematica più che mai familiare alla sensibilità contemporanea. A maggior ragione, spiace constatare che, malgrado l’indiscutibile spessore della figura prescelta, al prodotto manchino mordente e appeal.

I protagonisti, Jones e Hammer, non sempre sono all’altezza di un impianto narrativo tanto ambizioso e rilevante. Soprattutto quest’ultimo non appare mai davvero convincente nel proprio ruolo di marito devoto e professionista affermato, rifugiandosi timidamente nel range della figura maschile bidimensionale. Per fortuna abbiamo i comprimari: su tutti, un vulcanico Justin Theroux, eloquente nel trasmettere al pubblico una gamma di emozioni esasperate e contraddittorie, e la meravigliosa Kathy Bates la quale, pur apparendo in una manciata di scene, si fa notare e ricordare.

Il limite più evidente di Una Giusta Causa, tuttavia, è la mancanza di forza drammaturgica. La pellicola, pregna di astrusa e lambiccata terminologia giuridica, pecca di verbosità e rischia di confondere le idee o far perdere il filo ai meno avvezzi alla materia. Per contro, probabilmente, gli appassionati di battaglie legali troveranno pane per i propri denti. In ogni caso, una scrittura più snella e agile avrebbe certamente agevolato il coinvolgimento spettatoriale e l’efficacia complessiva del risultato. Mimi Leder, dunque, sebbene padroneggi il mezzo tecnico, non riesce a farne veicolo di pathos e vigore narrativo.

A onor del vero, la sintassi cinematografica è indubbiamente apprezzabile, in particolare la cura per la ricostruzione storica e l’attenzione al dettaglio, dai costumi agli ambienti privati e pubblici. La metropoli fredda, caotica e indifferente che è teatro della personale crociata di Ruth è una distesa incolore priva di empatia – ben lontana dall’immaginario popolare – e anzi, decisamente ostile e restia al cambiamento, specialmente se quest’ultimo implica maggior potere alle donne. Una Giusta Causa, tirando le somme, è un’opera irrisolta e con un buon potenziale, ahinoi, inespresso.

L’uguaglianza è un obiettivo da perseguire costantemente, con coraggio e senza esclusione di colpi. Un messaggio imprescindibile e, oggi come oggi, tanto dibattuto avrebbe meritato un’enunciazione più dinamica e profonda. Così come l’affannoso ma instancabile tenzone della Bader Ginsburg verso un (forse) irraggiungibile orizzonte avrebbe potuto esser raccontato evadendo dai confini del convenzionale, seppur meritato, omaggio.

Chiara Carnà

PRO CONTRO
  • I comprimari, su tutti Theroux e Katy Bates.
  • La cura per la ricostruzione storica.
  • Sceneggiatura verbosa e, pertanto, spesso è arduo non perdere il filo.
  • Attori protagonisti poco affiatati.
  • Potenziale drammaturgico purtroppo inespresso.
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Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Una giusta causa, la recensione, 6.0 out of 10 based on 1 rating
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