Un’avventura, la recensione

Il musical è il genere cinematografico più difficile, sia da realizzare che da guardare.

Visto con sospetto da molti spettatori per la scarsa possibilità di immedesimazione, quindi non sempre vendibile con facilità, il musical è anche oggetto di tanti, troppi passi falsi da parte di grandi e medie produzioni che spesso e volentieri sacrificano il “concept” a dei cast all stars che diventano il vero criterio con cui vendere il film. E sono rari gli esempi qualitativamente vincenti come, negli ultimi anni, lo sono stati Across the Universe, Rock of Ages e La La Land, esempi a cui guarda giustamente Un’avventura, il film di Marco Danieli distribuito il giorno di San Valentino da Lucky Red.

Come si legge sulla locandina, Un’avventura è un omaggio agli autori delle canzoni, ovvero Mogol e Lucio Battisti, quindi dietro l’operazione guidata da Danieli, che viene dalle web series e al cinema ha esordito nel 2016 con La ragazza nel mondo, c’è un’idea ben precisa che riesce a dribblare quel vuoto cosmico che sta dietro buona parte dei film musical. Proprio affidandosi a questo high concept, Un’avventura richiama alla memoria con molta prepotenza proprio Across the Universe (2007) su citato perché utilizza le canzoni di un unico autore (lì erano i Beatles) come trait d’union per la storia raccontata, che si sviluppa proprio grazie ai testi delle canzoni stesse eseguite.

In Un’avventura si racconta la storia d’amore (ovviamente tormentata) tra Matteo e Francesca, due ragazzi che sul finire degli anni’70 vivono un allontanamento: Francesca, infatti, decide di spostarsi dalla provincia di Bari in cui vive fin da bambina, per intraprendere un’avventura in giro per il mondo, unendosi a una comune di hippie. E il racconto prende il via proprio da questo “addio”, sulle note di Io vivrò che sottolineano la tristezza mista a rassegnazione di Matteo, attraverso il suo lavoro come meccanico nell’officina del padre e la ricerca di consolazione con altri presunti amori, che si rivelano sempre delle avventure di una notte o pochi giorni. Quando Francesca torna, dopo alcuni mesi, per Matteo si ripresenta la possibilità del grande amore.

Il film procede senza alcun guizzo narrativo seguendo il tira e molla tra Matteo e Francesca, fatto di momenti di tenerezza, di rabbia, di amore, di tradimento e di drammatica crisi. Ogni momento topico della storia è sottolineato dalle parole scritte da Mogol, che danno voce ai protagonisti negli snodi della trama proprio come il vero musical deve fare. E il gioco riesce piuttosto bene, sia perché non era facile partire dalle canzoni di un solo autore per creare un’unica storia, sia perché Marco Danieli è riuscito a trovare in diverse occasioni modi originali per introdurre i brani. Così Acqua Azzurra e Non è Francesca vengono utilizzate in maniera diegetica alla scena, facendo si che le parole dei personaggi diventino le strofe delle canzoni, prima parlate, poi cantate e coreografate. Un’avventura è inizialmente utilizzata alla stregua della classica musica emozionale extradiegetica che accompagna una scena clou, Dieci ragazze per me e Ladro hanno invece una contestualizzazione molto pretestuosa, più vicina all’idea classica di musical. Insomma, la gestione delle canzoni (arrangiate da Pivio e Aldo Se Scalzi) e delle musiche mostra un lavoro di scrittura, da parte della sceneggiatrice Isabella Aguillar, certosino e sicuramente riuscito.

Il film, però, arranca lì dove ha bisogno di seguire una sua strada. Così in quei frangenti avulsi dai testi di Mogol e Battisti, quelli che servono a far procedere la storia, si inciampa in cliché davvero troppo grandi accumulando snodi banali e prevedibili. In pratica, immaginate l’avanzare “tipo” di una storia romantica. Bene, tutto quello che vi viene in mente è riuscito ad entrare nella storia di Matteo e Francesca.

Un altro elemento che proprio non convince in Un’avventura sono le (fortunatamente rare) scene coreografate. Per costruire questi momenti è stato chiamato Luca Tommassini, grande professionista dello spettacolo in qualità di ballerino, regista e coreografo, che però non funziona al cinema. Ricordiamo, recentemente, la bruttissima scena onirica dell’ultimo film di Carlo Verdone, Benedetta follia, coreografata dallo stesso Tommassini e con Un’avventura siamo proprio da quelle parti, con momenti danzati che ricordano più gli stacchetti musicali di un varietà invece che di un film, con ballerini che si muovono in maniera meccanica, coreografie schematiche e una sensazione di “finto” che permea l’intera sequenza.

Una lancia va spezzata senz’altro a favore degli attori scelti, Michele Riondino e Laura Chiatti, entrambi forse troppo in là con l’età per i personaggi che devono interpretare ma assolutamente bravi, sia nel dar corpo ai due protagonisti con il giusto carisma, sia nell’eseguire le canzoni.

Un’avventura, nel suo complesso, si fa forte di un’estetica molto curata, con uno studio cromatico dell’intero film che gioca con le sfumature del giallo e del blu e una regia sempre attenta a piazzare l’inquadratura nel punto giusto, spesso con giochi di sguardo affatto banali.

Insomma, pur colpevole di alcune cadute che implicano la scrittura e la gestione delle scene danzate, Un’avventura si difende molto bene, rappresentando un importante passo nel rinnovato vigore del cinema italiano nell’esplorazione dei generi. Poi con le canzoni di Battisti si gioca sul sicuro, essù!

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Un’ottima gestione dei testi delle canzoni all’interno della storia del film.
  • Michele Riondino e Laura Chiatti (qui più bella che mai) si sono dimostrati all’altezza di un compito davvero complicato.
  • Le canzoni di Battisti e Mogol… che lo dico a fare?
  • Le coreografie sono finte, danno l’impressione di guardare uno stacchetto di un varietà televisivo.
  • Quando la storia esce dai binari dei testi delle canzoni cade nei più logori cliché.
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