Unbreakable Kimmy Schmidt: quando devi essere geniale per capire il demenziale

Avete presente la fiaba di Hans Christian Andersen intitolata I vestiti nuovi dell’imperatore? Quella in cui un vanitoso imperatore viene raggirato da due sarti imbroglioni che dicono di poter cucire gli abiti più belli del mondo ma che possono essere visti solo dalle persone intelligenti e va a finire che il monarca sfila nudo per le strade? Bene, in questo caso farò la parte dei due sarti furfanti perché voglio assolutamente che tutti corriate a vedere questa serie o che al massimo facciate finta di conoscerla per convincere almeno i vostri amici ad andare a vederla.

Sì, perché il 25 gennaio gennaio Netflix ha pubblicato la seconda parte della quarta e ultima stagione di Unbreakable Kimmy Schmidt, serie dall’umorismo “mordace finto demenziale” che nonostante le molteplici candidature agli Emmy (miglior serie comica, migliore attrice protagonista, miglior attore non protagonista) ha rischiato la cancellazione per ben due volte.

Ma dopotutto non è stata rinnovata Girlboss (le serie Netflix-Marvel non fanno testo perché cercavano “l’effetto True detective” ma hanno sbagliato il dosaggio tra azione ed elucubrazioni morali), che volete farci?

Cominciamo gli elogi alla trama: Kimmy (Ellie Kemper) era solo una ragazzina di quattordici anni dell’Indiana quando venne rapita da un maniaco religioso e rinchiusa in un bunker sotterraneo con altre tre donne alle quali era stato detto che il mondo era stato distrutto e che loro erano sopravvissute grazie al “Reverendo Richard” (Jon Hamm), capo di una setta di cui lui stesso era il fondatore.

Dopo quindici anni di vita stile La signora del West, le donne vengono salvate dalla polizia e si ritrovano catapultate nella società contemporanea, assetata di sapere ogni minimo dettaglio sulla tragedia delle “Donne Talpa”; dopo l’ennesima intervista in un talk show, Kimmy decide di rifarsi una vita nuova nella Grande Mela e non vivere di pietà sfruttando il suo passato sfortunato.

Trovata casa, la nostra ingenua protagonista divide l’affitto con l’attore narcisista e megalomane Titus Andromedon (Tituss Burgess); la loro padrona di casa è un’eccentrica, per non dire psicopatica, signora sessantenne, Lilian Kaushtupper (Carol Kane) con cui formeranno un trio indissolubile. Le vite di questi bizzarri personaggi si incroceranno con quella della svampita Jackie Voorhees (Jane Krakowski), madre del ragazzino dell’Upper Side a cui Kimmy fa da baby sitter nelle prime puntate della prima stagione, che presto si ritroverà senza marito e senza soldi.

La strada di ciascuno dei protagonisti è costellata da comicissimi fallimenti e tentativi per costruirsi un’esistenza normale: Kimmy deve recuperare quindici anni della sua vita e al tempo stesso affrontare il suo disturbo post-traumatico da stress, il tutto senza perdere il proprio candore da eterna quattordicenne; Titus dovrà imparare a mettere da parte il suo egocentrismo e a prendersi cura degli altri mentre Jackie imparerà il significato del duro lavoro e dell’autoaffermazione.

Lilian invece sarà sempre pazza, ma adorabilmente iconica.

Il merito della comicità di questa serie non so se sia da attribuire più alla bravura degli interpreti -parliamo della presenza scenica di Tituss Burgess che ha modellato il personaggio sulla base della propria personalità, “effetto Tony Stark – Robert Downey Jr.” perfettamente riuscito, e delle proprie esperienze –  o alla geniale sceneggiatura della magnifica Tina Fey (attrice e ideatrice del cult Mean Girls), che fa anche la comparsa nella seconda  stagione.

La comicità dello show punta sul grottesco, rivelando tutti i controsensi del mondo odierno, tanto che lo spettatore comincerà a chiedersi se tutti i personaggi, comparse comprese,  siano bislacchi di natura o lo siano diventati per l’ambiente in cui vivono:  Kimmy viene presentata come un’Alice nel Paese delle Meraviglie (anche per quanto riguarda l’età mentale)  catapultata nella caotica New York che però riesce paradossalmente a sopravvivere grazie all’ottimismo sviluppato negli anni di reclusione, Titus è un attore-cantante sfortunato che non perde mai la fiducia per via del suo mastodontico Ego e Jackie, con la sua aria da Lorelei Lee,  dimostra una creatività surreale nelle situazioni più assurde.

Gli ideali di fondo della serie sono l’emancipazione e il selfmade: non esistono salvatori, solo compagni di sventura e le “grandi occasioni” vanno e vengono, così come i brutti momenti; Kimmy si è salvata dal lavaggio del cervello del reverendo manipolatore e oscurantista, Jackie ha imparato a guadagnare del denaro senza l’appoggio di un uomo ricco e Lilian ha infranto quasi tutti i tabù sociali degli ultimi cinquant’anni.

Ma arriviamo allo pseudo “lato dolente” dello show, quello che probabilmente è stato la causa della prematura cancellazione della serie (e che si ricollega alla fiaba di Andersen): la complessa rete di citazioni della cultura pop che occupa il cinquanta per cento dei dialoghi; sì, perché, le battute più mordaci si basano proprio sulla critica o sulla parodia dei personaggi/oggetti/usanze  più rappresentative della società americana, e questo potrebbe spiegare il successo della serie al di fuori dei confini U.S.A. o presso le riviste critiche più altolocate.

Sentendo Titus fare battute su musica, cinema e icone pop, lo spettatore medio potrebbe trovarsi spiazzato e avvertire un senso di pesantezza, mentre quello più aggiornato e arguto scoppierà in una risata fragorosa e riascolterà la gag all’infinito.

Quindi sì: solo se siete colti e intelligenti potrete apprezzare questa perla di comicità, aspettando che divenga un cult e sia citata negli anni a venire da tutti i veri intenditori di cinema.

Ilaria Condemi de Felice

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    One Response to Unbreakable Kimmy Schmidt: quando devi essere geniale per capire il demenziale

    1. Sebastiano ha detto:

      Complimentissimi e bravissima Ilaria, recensione acuta con un linguaggio quanto mai appropriato.

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