Unfriended: Dark Web, la recensione

Prodotto nel 2014 ma distribuito nei cinema l’anno successivo da Universal Pictures e Blumhouse, Unfriended – che inizialmente si intitolava Cybernatural – ha rappresentato un piccolo salto in avanti nel cinema horror di impostazione POV, un’estremizzazione che, a suo modo, ha fatto tendenza gettando una boccata d’aria fresca nel logoro concept dei found footage in prima persona. Il film di Levan Gabriadze, infatti, si svolgeva completamene sul monitor di un computer, tra chat, videochiamate, ricerche on line e video su youtube, un format prontamente riciclato in chiave thriller con il brillante Searching (2018) di Aneesh Chaganty e ora riproposto nel sequel ufficiale del film di Gabriadze, Unfriended: Dark Web.

Dal momento che Unfriended non era stato prodotto da Blumhouse ma solo acquisito per la distribuzione, il suo sequel in cui Jason Blum figura invece tra i produttori cambia completamente storia e personaggi, abbandonando perfino il mood da ghost story per esplorare altri lidi dell’orrore. Una svolta dovuta essenzialmente da obblighi contrattuali ma che ha giovato a quello che ormai possiamo definire a tutti gli effetti un franchise, dal momento che la risaputa storiella della maledizione tecnologica lascia qui il passo a un’oscura setta che traffica in snuff movies sul cosiddetto “dark web”.

Per “dark web” si intende quella porzione del deep web (ovvero l’internet volutamente non indicizzato dai motori di ricerca) raggiungibile esclusivamente attraverso specifici software oppure permessi autorizzativi, una porzione della rete criptata che spesso è utilizzata per pratiche illegali, dove gli hacker possono comunicare e si muovono perfino gruppi terroristici e pornografia minorile. Un vero mondo a parte sul quale la fantasia degli sceneggiatori può sbizzarrirsi per dar vita a storie inquietanti dove tutto è possibile. E questo accade in Unfriended: Dark Web, scritto e diretto da Stephen Susco, noto nel campo horror per le sceneggiature di The Grudge, The Grudge 2 e Non aprite quella porta 3D e qui all’esordio dietro la macchina da presa.

Nello specifico, il film di Susco racconta – rigorosamente attraverso le finestre di un computer – la storia di Matias, commesso di un internet café che sottrae un notebook dall’armadietto degli oggetti smarriti. Il Mac è lì da oltre una settimana, nessuno l’ha reclamato, e fa proprio al caso del ragazzo, che sta sviluppando un software per comunicare nella lingua dei segni con la sua ragazza non udente Amaya. Una sera, mentre Matias è in videochat Skype con alcuni suoi amici e tenta di coinvolgere anche la reticente Amaya, ha la pessima idea di entrare su Facebook con il profilo del precedente proprietario del computer e viene immediatamente contattato su Messanger proprio da colei che ha smarrito il Mac. Da quel momento per Matias inizia un incubo in tempo reale che arriva a coinvolgere anche i suoi amici, tutti testimoni di un orrore che non avrebbero mai potuto immaginare.

Sfruttando maniacalmente la struttura del desktop movie, che nei primi minuti potrebbe disorientare chi si affaccia per la prima volta a questa tipologia di film, Unfriended: Dark Web riesce a creare una storia sufficientemente coinvolgente e strutturata da sopravvivere al suo modus narrandi. Infatti, la prova del nove per questo tipo di film è data proprio dalla scissione tra cosa si narra e come viene narrata: se accade, come per il primo Unfriended, che la trama è solo un orpello per lanciare la modalità del desktop movie, non si può certamente considerare riuscito il film (in quel caso era la sua portata d’innovazione a fare la differenza). Se invece possiamo immaginare facilmente quella stessa storia realizzata come un film tradizionale, e la cosa non ci dispiace, allora vuol dire che la bontà del film riesce ad andare oltre la tecnica con cui è realizzato. È questo il caso di Unfriended: Dark Web, che offre ottimi spunti per espandere tutta quella “mitologia” orrorifica legata ai pericoli della rete. Ovviamente si deve concedere più di qualche momento alla salvifica sospensione dell’incredulità perché avvengono svolte quanto mai fantasiose in un contesto comunque realistico, ma se ci si lascia coinvolgere dal gioco, Unfriended: Dark Web è ben più efficace di altri thriller che si muovono negli stessi territori.

Il neo del film, da attribuire esclusivamente alla modalità scelta per la messa in scena, è che si affida moltissimo a informazioni scritte sullo schermo, ovvero chat varie e messanger, il che può risultare particolarmente impegnativo per lo spettatore star dietro alle molteplici informazioni che arrivano da più punti dello schermo e da più fonti contemporaneamente.

Susco comunque sa come raccontare una storia, riesce a delineare in maniera compatta un po’ tutti i personaggi coinvolti anche se li vediamo sempre su uno schermo, e concede allo spettatore twist e colpi di scena per nulla prevedibili.

Nel suo piccolo, Unfriended: Dark Web funziona e se apprezzate lo stile del desktop movie con questo film siamo tra i migliori rappresentati del filone.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
Al di là della costruzione da desktop movie, Unfriended Dark Web ha una storia che funziona e coinvolge. Ci mette un po’ a ingranare e si affida tantissimo alle informazioni scritte su schermo.
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