La La Land, la recensione

Essere un film d’apertura non è un compito affatto facile. È necessario riprodurre l’anima di un festival e portare l’attenzione del pubblico verso qualcosa di completamente innovativo; bisogna costruire un ponte cinematografico fra vecchio e nuovo.

Tra cinefilia e intrattenimento, musiche che hanno già un posto libero nell’Ipod e regia magistrale, Damian Chazelle dirige una vera e propria lezione di cinema con il suo La La Land, film d’apertura della 73esima Mostra del Cinema di Venezia.

I film sono i linguaggi dei nostri sogni” afferma il regista, e sui sogni si costruisce la storia di Mia (Emma Stone), cameriera aspirante attrice e Sebastian (Ryan Gosling), pianista appassionato di jazz che vorrebbe aprire un locale tutto suo.

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La La Land è un musical in ogni suo istante, indipendentemente dalla presenza o meno di pezzi musicali: è qualcosa che riguarda il ritmo e non semplicemente le canzoni. Il film è un continuum narrativo e stilistico in cui un genere musicale (il jazz) ed uno cinematografico (il musical) si incontrano per rinascere a nuova vita. Lo sguardo moderno di Chazelle sembra adorare i musical classici (che cita continuamente con maestria) ma, contemporaneamente, desidera urlare al suo pubblico: “La realtà non è così. I musical classici vi hanno sempre mentito!

La struttura narrativa è divisa in due grandi macro-sezioni: nella prima, vi è il classico con un tocco contemporaneo che emoziona per forza visiva (piano sequenza iniziale da applausi) e per il coraggio di avere la voglia di raccontare i sogni e la loro magia arrivando (non solo metaforicamente) fino alle stelle. Per tutta la prima ora è il musical hollywoodiano ad essere il protagonista assoluto: il genere che, come nessun altro, è riuscito a farci sognare ad occhi aperti e che per molti era destinato all’oblio. Che sia una coreografia studiata o il fischiettino più scanzonato, il film non smette mai di essere un gioco equilibrato tra passato e presente, dalle ombre degli albori del cinema al traffico claustrofobico di Los Angeles.

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D’altro canto, durante la seconda parte, i numeri da musical termineranno, rimarrà la musica (filo conduttore imprescindibile, come nell’acclamato Whiplash), e Mia e Sebastian dovranno fare i conti con qualcosa che non aveva mai sfiorato i musical precedenti: la realtà. Dopo averci regalato un viaggio onirico, il regista, in maniera quasi crudele, ci riporta con i piedi per terra, alle frustrazioni quotidiane, ad un visione diversa dei sentimenti e dell’amore.

Con un tocco di grande stile, l’epilogo dimostra con quanta facilità La La Land poteva essere un omaggio garbato (ma pur sempre solo un omaggio) e di come, invece, sia diventato il primo musical a celebrare, riscrivere e superare il genere stesso.

Come in un pezzo musicale, la macchina da presa danza continuamente intorno ai personaggi, (anche quando la musica è terminata e gli attori sono immobili): un montaggio dai mille volti che sembra riuscire a raccontare da solo i sentimenti più profondi del film.

La verità è che la realtà non è all’altezza dei nostri sogni. Quando la canzone finisce e le note del piano non risuonano più nel locale, il mondo ci appare un po’ più amaro di quello mostrato in un musical; questo, però, non deve spaventarci dal vivere a pieno ogni giorno perché solo così potremmo provare a raggiungere quel sogno che appare così lontano.

La La Land si è aggiudicato 7 Golden Globes su 7 candidature e sarà nei cinema italiani dal 26 gennaio, distribuito da 01 Distribution e Leone Film Group.

Matteo Illiano

PRO CONTRO
  • LaLaLand riesce ad essere celebrazione, riscrittura e critica del musical hollywoodiano.
  • Emma Stone e Ryan Gosling sono la coppia che ogni musical vorrebbe avere: versatili, complementari ed espressivamente impeccabili.
  • Una regia danzante e un montaggio incalzante profumano di nomination.
  • Qualche dialogo ripetitivo nella seconda metà del film.

 

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Valutazione: 9.0/10 (su un totale di 2 voti)
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