Venezia 74. Brawl in Cell Block 99, la recensione

Presentato fuori concorso alla 74esima Mostra dell’Arte Cinematografica di Venezia, Brawl in cell block 99 del regista  S. Craig  Zhaler racconta la storia di Bradley Thomas, un ex pugile dalle tendenze violente che dopo aver perso il lavoro diventa corriere di un trafficante e rimane invischiato in un affare losco. Durante uno scambio fallito e sfociato nello scontro, aiuta dei poliziotti in difficoltà facendo fallire l’operazione e causando la perdita di molto denaro.

Finito in carcere dopo essersi rifiutato di denunciare gli altri invischiati nel traffico, il suo ex-capo troverà il modo di ricattarlo con il rapimento della moglie incinta di pochi mesi: deve uccidere un prigioniero del “Braccio 99” in un carcere di massima sicurezza, o un chirurgo abortista reciderà gli arti della sua bambina non ancora nata. Inizia così una spirale di violenza e soprusi destinata a concludersi nel sangue.

Venduto inizialmente come un film ultraviolento al limite del sopportabile, Brawl in cell block 99 è una storia che per trama e tipologia di contenuti potrebbe essere considerato un film di exploitation, ma che non si spinge fino a quel punto.

Risulta un film meno estremo di quello che si potrebbe immaginare, con una storia che si prestava a scelte molto più ardite e scene più forti sul piano visivo, che si concede, soprattutto nella prima metà, lunghi momenti riflessivi in cui il ritmo cala considerevolmente. Una scelta che, per quanto in certa misura apprezzabile (mostra il tentativo di dare un costrutto più solido al tutto), rischia di far annoiare il pubblico potenzialmente interessato a questo tipo di prodotto.

Superate le incertezze iniziali (del film), Vince Vaughn inizia a menare le mani come un Bruce Lee d’altri tempi (anche se il rumore dei colpi richiama alla memoria più  un  Bud Spencer finito accidentalmente in uno splatter). Enorme (enorme!) con la testa rasata e un’eloquentissima croce tatuata sulla nuca, non ha davvero l’aria del tipo che vorresti far arrabbiare.

Nonostante le evidenti tendenze violente, mostrate fin dall’inizio quando scopre che la moglie lo tradiva (e per sfogarsi decide di sfasciarle la macchina a mani nude), Bradley si dimostra una persona con principi, ragionevole e perfino comprensiva in un certa estensione. Quasi consapevole della pericolosità, eventuale, che un suo scatto d’ira potrebbe rappresentare.

Risulta però difficile mantenere la calma quando tutto e tutti intorno a te premono per fartela perdere. Il protagonista precipita gradualmente in una spirale di violenza cruda e incurante, resa ancora più forte dall’ambientazione sempre più degradata delle celle in cui viene spostato. Ripugnanti all’eccesso, con le pareti ricoperte di fluidi corporei ed escrementi e guardie che si rivelano aguzzini sempre più spietati, ottusi e bulli.  Fino ad  arrivare al “braccio 99” un’area segreta del carcere dove i prigionieri vengono sottoposti a torture e umiliazioni costanti.  Tutto però si mantiene sempre entro certi limiti visivi, per un film violento si, ma che lascia il peggio (soprattutto dell’ambiente del cell block 99) solo suggerito.

Brawl in cell block 99 è, in conclusione, un buon film, con bellissime scene di lotta orchestrate come un balletto, così come ci conferma il regista in conferenza stampa, ma che rischia di non colpire da subito il pubblico interessato a causa di un inizio un po’ (troppo) lento e lungo.

Il consiglio per tutti gli appassionati del genere è di resistere e superare la prima parte, comunque interessante per una maggiore comprensione della psicologia del protagonista, per godersi l’esplosione della seconda metà, sempre con la consapevolezza che non si raggiungono certi estremi visti altrove.

Susanna Norbiato

PRO CONTRO
  • Vince Vaughn è credibilissimo, nato per la parte.
  • Le coreografie delle scene di lotta sono molto belle.
  • Nel complesso è un film godibile, ovviamente per chi ama un certo tipo di cinema.
  • Una prima metà introduttiva alla storia decisamente troppo lenta e lunga.
  • Un film che, considerato il tipo di pubblico che attrae, poteva concedersi qualcosa di più.
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