Peterloo, la recensione

Quella che è stata presentata il 31 Agosto in Sala Darsena al Lido di Venezia, è una pellicola che sicuramente merita. E come ogni lungometraggio che più vale la pena di guardare, già dalla scena numero uno abbiamo l’individuazione della tematica successivamente affrontata. Nel caso di Peterloo, l’inquadratura vede un intreccio di rami, e le foglie che su questi sono cresciute. Ma l’immagine non è illuminata e inizialmente si vedono solo le foglie; per vedere i rami bisogna aguzzare bene la vista.  Avendo poi cura delle due ore e mezzo che seguiranno, possiamo equiparare i rami al popolo, che non compare mai chiaramente ma risulta indispensabile perché si formino tutti i meccanismi costituzionali, organi dello Stato, garanti della democratizzazione della società.

E nell’Inghilterra post Waterloo (1815) bisognava stare all’occhio ad usare il termine “democratizzazione”.

Specialmente a Manchester (dove la nostra storia si svolge, per la maggior parte), città in cui non vengono nominati alcuni rappresentanti del Parlamento, il malcontento si fa sentire, tra la popolazione, tra chi sopravvissuto alla battaglia è tornato a casa con gravi lesioni cerebrali e non ha alcun amore di patria (il soldato finisce la guerra solo, e solo, senza aiuto da parte della popolazione che pure lo vede trascinarsi verso una cascina dentro cui a stento penetra dell’illuminazione), tra chi da sempre fa la fortuna degli industriali della zona (impiegati per la maggior parte nel settore tessile). Non a caso, è proprio da questa città che partiranno poi, a metà secolo, i movimenti di protesta (scioperi e sommosse) ai quali partecipò anche Engels (filosofo tedesco, amico di Marx).

Ecco dunque la presentazione dell’inizio di queste proteste, e delle relative domande che le accompagnavano (dovevano essere armate? Sì? No? Quali sono i diritti che stanno maggiormente a cuore ai lavoratori? È giusto coinvolgere persone esterne alla città? Il rapporto con i giornalisti? Quello con il Governo?). La protesta viene legittimata dal regista Mike Leigh, che ci fornisce alcuni dettagli riguardanti l’epoca: come la decisione da parte del Parlamento di pagare settecentocinquantamila sterline al generale della battaglia di Waterloo, e allo stesso tempo di diminuire il salario minimo a una popolazione affamata, che lavora a più non posso e che con quello che guadagna arriva a pagarsi cibo, riscaldamento, e nulla di più.

Per la maggior parte della pellicola il lavoro del regista è quello di costruire un climax, fatto di riunioni collegiali dove le persone parlano dei problemi di tutti i giorni, di quello che sta togliendo loro il respiro; in contrasto ai ritrovi dei lavoratori, le sedute dei magistrati più autorevoli del Paese, che buttano beceramente goffe presunzioni morali giusto perché stanno bene dette con una forma, e il loro effetto è quello di fomentare vecchi cui manca solo la bava durante i discorsi che pronunciano. E in tutto questo, il Re? Il Re è provato dalla malattia. Il principe? Un pingue nano cui una vecchia megera versa vino nella coppa facendo domani, dopo domani, e via dicendo. Ma finalmente la situazione a Manchester viene presa a cuore da qualcuno che non è ne il popolo, ne il Governo, bensì un imprenditore sulla quarantina con potere politico e mediatico. È il 16 Agosto 1819, quando la protesta di St Peter’s (quartiere di Manchester) ha luogo. Peterloo è un evidente incrocio tra il nome del quartiere, e la battaglia di Waterloo, visto che alcuni veterani della Royal Army, che combatterono contro Napoleone, uccisero alcuni loro ex compagni.

Peterloo vale tutte le due ore e mezzo di durata, sia per la fedeltà storica che non annoia, sia per la tematica che tratta, che a noi italiani dovrebbe stare tanto a cuore (e lo sta, a parole, sui social), ovvero la democratizzazione di un sistema elettivo a suffragio universale.

Roberto Zagarese

PRO CONTRO
  • Fedeltà alla Storia.
  • Qualità recitativa.
  • Fotografia.
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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Peterloo, la recensione, 8.0 out of 10 based on 1 rating
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