Che fare quando il mondo è in fiamme?, la recensione

Unico documentario in concorso alla 75esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, What You Gonna Do When The World’s on Fire? (Che fare quando il mondo è in fiamme?) è l’opera dell’italiano Roberto Minervini, autore già noto tra Cannes e Venezia.

Si tratta di un lungometraggio dalla tematica – come insegnano Spike Lee e l’Oscar a Moonlight – sempre attuale: il razzismo imperante negli Stati Uniti. E – ahinoi – non siamo più ai tempi di Martin Luther King e Malcolm X, bensì ai giorni nostri.

Il motore di questa riflessione sulla razza muove da alcuni brutali omicidi ai danni di due giovani afroamericani per mano delle forze dell’ordine. I membri delle Black Panther, il rivoluzionario movimento che si batte per il riconoscimento dei diritti civili, non hanno intenzione di stare a guardare e organizzano una protesta fuori alla stazione di polizia chiedendo giustizia per le vittime. Minervini filma quindi la cronaca dei giorni precedenti alla protesta seguendo alcuni dei manifestanti coinvolti. Tra questi c’è l’irruenta ma umile Judy, una barista dal triste passato e sempre pronta a prendersi cura del prossimo.

Si tratta innanzitutto di un’importante vittoria personale da parte del regista, essendosi le Black Panther più volte rifiutate di lasciarsi riprendere.

Muovendo dallo schiavismo e dalle radici dei crimini razziali, Minervini esplora il tema trattato con sguardo impartecipe e mettendosi fiduciosamente nelle mani dei suoi stessi personaggi. Il materiale montato sembra ricercare le tracce del razzismo nel loro vissuto quotidiano relegando la manifestazione al ruolo di semplice sfondo.

Ad emergere non è tanto il tema sociale in sé quanto piuttosto le paure che i membri della comunità afroamericana avvertono in relazione all’evento centrale. I momenti più interessanti riguardano le loro ordinarie strategie di sopravvivenza, quello che cioè i personaggi fanno ogni giorno per combattere i pregiudizi razziali. La spada con cui combattere l’America “so white” sembrerebbe essere rappresentata dallo studio, la sola cosa in grado di annientare le differenze. Ma questo discorso non va troppo oltre e rimane sostanzialmente alla semplice vetrina.

Minervini adotta uno stile il più possibile spontaneo, sicuro di avere dalla sua parte un personaggio centrale energico che da solo potrebbe anche bastare a dare ritmo all’intero film.

Ma nel complesso il documentario, aperto da premesse altisonanti, non convince. La ragione è da ricercarsi forse in uno scarso controllo da parte del regista.

C’è inoltre nel film un’eccessiva tendenza alla ripetizione e il discorso, già fin troppo intriso del più becero populismo, si esaurisce praticamente subito.

Come se non bastasse, la durata eccessiva finisce col creare un divario tra lo spettatore e i troppo chiassosi personaggi per i quali si smette troppo presto di simpatizzare. Peccato.

Claudio Rugiero

PRO CONTRO
  • Una tematica importante ed attuale unita ad un approccio originale.
  • Urlato, ripetitivo e fieramente populista.
  • Troppe poche argomentazioni.
  • Ci sono forse nel film alcuni momenti a cui si sarebbe potuto lasciare più spazio per interagire di più con i personaggi.
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