Venezia 75. Zan (Killing)

È davvero difficile scrivere di Shinya Tsukamoto al Lido di Venezia, visti i precedenti del regista in laguna.  Nel 2002 vince il Gran Premio della Giuria con Un serpente di giugno, nel 2011 fa il bis con Kotoko: premio Orizzonti miglior film, premio speciale della Giuria Orizzonti. Ecco qui, quanto è difficile trattare i lungometraggi del fenomeno giapponese.

Ad ogni modo, quando arrivo in Sala Darsena vengo da tre proiezioni consecutive, ciascuna della durata di almeno un paio d’ore. Sulla necessità di tagliare mezze ore da almeno il 70% dei film in concorso meglio non parlare, è sicuramente più interessante notare come gli ottanta minuti di questa proiezione nipponica, rispecchiano un cinema sempre molto fedele alla limitazione degli sprechi di pellicola, alla cultura del “necessario”, al non volere strafare, al rimanere aderenti alle narrazioni. E nulla di più.

In sala grandi applausi accompagnano i titoli di testa. Siamo nelle campagne di Edo, il periodo non è specificato, veniamo solo a sapere che un samurai (Tsukamoto stesso) ha il compito di formare una squadra di combattenti per conto dello Shogun. Nello svolgere questa sua mansione è arrivato a conoscere un proprietario terriero sulla quarantina, che promette di abbandonare la sua capanna con il figlio dei servi, giovane aspirante ninja da lui personalmente addestrato giorno dopo giorno. L’alba in cui mettersi in cammino, però, non arriverà mai, perché inizialmente il proprietario terriero si ammalerà, poi vi sarà una faida con un gruppo di vagabondi dalla lama facile, che porterà a molteplici scontri fino a quando saranno lo stesso Tsukamoto e il combattente a vedersela l’uno contro l’altro.

La comprensione di Zan (Killing) è talmente elaborata, che già dopo dieci minuti abbiamo un quesito cui veniamo chiamati a rispondere: perché il regista si è messo in scena? Ci sono due possibili spiegazioni alla domanda: la prima è che egli ci voglia dimostrare quanto è dentro la storia, quanto faccia parte di lui e quindi una motivazione al perché è stato girato il film (fa parte della cultura nipponica la costante imposizione a sé stessi di domande e risposte, come anche sottolineato in alcuni aspetti del carattere dei personaggi). La seconda è un’interpretazione prettamente artistico/intellettuale: cosa ne pensa del cinema, dell’Arte di fare film. Rimanendo però fedeli al principio per cui il cinema di Tsukamoto è solitamente estraneo a questo genere di speculazioni, la prima ipotesi resta la più probabile.

Andando avanti con le vicende della storia, abbiamo il rapporto tra il signore e la sorella del ragazzo della servitù, rapporto che fa per dividersi dopo un accadimento forte e importante, al livello psicologico perché – con estrema linearità e pacatezza – ci permette di esplorare i margini psicologici e della povertà (lei, contadina, figlia di contadini) e della borghesia terriera (lui, che ha problemi d’amore e di realizzazione personale, non di sostentamento).

Può sembrare banale ma è così che si incolla uno spettatore alla sedia, esplorando i margini di crescita – o di infantilismo – dei personaggi, le loro attitudini a essere funzionali – o disfunzionali – allo svolgimento di una vicenda, all’analisi di un periodo storico, di uno Stato. Sono questi, gli elementi – e nella lista vanno considerate pure le stranezze culturali che danno fastidio – che rendono un film vivo e vicino a chi lo guarda, anche se chi lo guarda è agli antipodi rispetto alla visione di chi è in scena, si è costretti a guardarlo e a pensare a cosa si sta vedendo.

Zan ha suoni molto incalzanti e dialoganti con la regia, una più che discreta fotografia, una regia che per ottanta minuti tiene i ritmi alti e profondi, con il risultato che non stanca mai.

Roberto Zagarese

PRO CONTRO
  • Regia.
  • Montaggio.
  • Caratterizzazione dei personaggi.
  • Montaggio.
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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Venezia 75. Zan (Killing), 8.0 out of 10 based on 1 rating
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