Venezia 76. About Endlessness

Il piccione non è sceso dal ramo e non ha smesso di riflettere. Stavolta il suo pensiero si slancia oltre l’esistenza, cercando di cogliere qualcosa che superi la finitezza. Il piccione riflette sull’infinito.

Roy Andersson conquistò il Leone D’oro (a sorpresa e meritatissimamente) grazie al suo stile peculiare di camere fisse, colori slavati e malinconica ironia. Cinque anni dopo riprende il discorso in quello che già si sente definire come un B-side de Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza. Per certi versi l’accostamento è azzeccato: come molti lati B dei vinili o delle audiocassette di una volta, About Endlessness è più breve, ostico e introspettivo rispetto al lato A. Ma se guardiamo all’intera produzione del regista svedese, dovremmo definirlo almeno un lato D, dal momento che i precedenti Canzoni del secondo piano e You, the Living  formavano un continuum ideale col piccione. Quindi forse è meglio limitarsi a considerare il film di per se stesso. D’altronde parla dell’infinito: il materiale non manca.

Una voce di donna commenta i tableau vivant che si susseguono sullo schermo.

A volte è didascalica: un cameriere riempie il bicchiere di un cliente fino a farlo strabordare, lei dice: “Ho visto un uomo distratto” (per quanto potremmo domandarci: chi è il distratto? Il cameriere, o l’uomo che non gli ha detto “basta, grazie”?).

Altre volte ci fornisce una chiave di lettura: una ragazza innaffia una pianta dinanzi a un negozio. Un giovane le passa accanto, la guarda. Quando la ragazza rientra nel negozio, il giovane resta lì impalato. La voce commenta: “Ho visto un ragazzo che non ha ancora conosciuto l’amore”.

Nel susseguirsi delle scene, alcune si ripetono tratteggiando una vicenda. Come quella del prete. Ha perso la fede, cerca di ritrovarla in fondo alla bottiglia di sangue di Cristo, finisce per celebrare la messa barcollando. Non sapendo a che santo votarsi, si reca dal medico. Il dialogo, vero prototipo di humour e stile anderssoniano, si conclude con quello che sarebbe facile leggere come messaggio del film: che ci sia o meno un aldilà, per ora abbiamo questa vita. Tanto vale cercare di passarsela bene. Eppure, sarà tutto lì?

Alla ricerca di un aldilà si contrappone la ricerca scientifica, nella forma di un ragazzo che spiega (o almeno ci prova) il primo principio della termodinamica a una sua amica (fidanzata?). Tutto è fatto di energia, dice, compresi io e te. L’energia non può essere distrutta, ma si trasforma. Ne consegue che un giorno, tra milioni di anni, le nostre energie potrebbero incontrarsi sotto altra forma. Qui l’infinito è inteso come giostra della reincarnazione.

L’immagine che apre il film, un uomo e una donna abbracciati che galleggiano nella nebbia, sarà riproposta in uno dei rarissimi quadri in movimento (per quanto con ogni probabilità è il fondale dipinto a muoversi, mentre la camera resta fissa. Non sia mai!). I due galleggiano sopra una città un tempo ritenuta bellissima, ora distrutta. Nella sua straniante bellezza è forse l’inquadratura di maggiore pregnanza. In un mondo di alterne fortune, l’umanità non può che restare lì, sospesa, a interrogarsi. Questo è il destino di tutti, tanto degli eroi dei libri di storia (uno dei quadri coinvolge un Adolf Hitler sconfitto e disperante) quanto della gente comune.

About Endlessness non è certo un film eccitante, a molti risulterà soporifero. Eppure a chi lo guarda senza dormire capita di udire una vocina, una volta fuori dalla sala cinematografica. Una vocina nella testa, che dice cosa vede in ciò che stiamo guardando.

Alessio Arbustini

PRO CONTRO
  • Filosofico.
  • Ha una sua algida bellezza.
  • Strappa meno risate del suo predecessore, nell’insieme è meno integrato.
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