Venezia78. Sundown, la recensione

Quello del critico è uno sporco lavoro ma qualcuno deve farlo. Se poi il film da giudicare è Sundown di Michel Franco allora quel compito raggiunge difficoltà estreme. Perchè il regista messicano che aveva stupito e incantato Venezia con Nuevo Orden (vincitore del Gran Premio della giuria nel 2020) torna a far parlare di sé con un film che non lascia spazio a mezze misure. Usiamo un banale luogo comune e affermiamo che un tale film o lo si ama o lo si odia.

Noi non abbiamo nessun dubbio e scegliamo la busta numero due. Perchè Sundown è sconvolgente ed estremo.

Siamo ad Acapulco dove quattro persone stanno trascorrendo le vacanze. Sono parenti stretti e provengono da Londra. Un dirompente imprevisto li costringe a rientrare prima del tempo ma qualcosa di ancora più imprevisto li fa separare. Non ci è consentito dire nulla di più.

Michel Franco ha dichiarato che l’intento originario era quello di mostrare il luogo in cui trascorreva le vacanze da piccolo e di denunciarne la sua metamorfosi in epicentro di violenza criminale. Però qualcosa non funziona, non ai nostri occhi, almeno.

Per esprimere un parere su un film come questo non si possono usare termini diplomatici o tiepidi ma solo estremamente iperbolici. Qualcuno decollerà con voli pindarici per lodarne le insondabili qualità misteriose, ponendo il film sul gradino più alto del podio e dichiarandolo già vincitore anzitempo del Leone d’oro della Mostra di Venezia. Qualcun altro, come il sottoscritto, lo bollerà come “un nulla assoluto dove poco accade e non si sa il perchè”.

Il Direttore della Mostra del Cinema, Alberto Barbera, presentò tutti i film di Venezia in conferenza stampa più di un mese fa. Di Sundown non disse assolutamente nulla “per non rovinare la sorpresa di un film che stupirà”. Ora ci appare chiaro il vero motivo di quella frase criptica: non ci sarebbe stato proprio nulla da dire.

Perchè? Perché siamo davanti al mistero più assoluto. Non accade quasi nulla nella prima metà del racconto e non si capisce il perchè. Poi il primo twist e poi il secondo. E non si capisce ancora il perché.

Sotto il sole aggressivo di Acapulco, inquadrato a più riprese, solo il buio. Un buio esclusivamente narrativo e artistico. Un buio inaspettato e inaccettabile. Un buio sorprendente e scioccante. Un buio contraddittorio perché è assolato e accecante.

I due interpreti principali, Tim Roth e Charlotte Gainsburg, si muovono come possono in una storia claudicante e inconsistente. Michel Franco spinge con decisione il pedale dell’acceleratore sulla macchina dello stupore ma, questa volta, ne perde il controllo e sbatte con violenza contro il muro dell’inconsistenza.

Le aspettative che nutrivamo riguardo a questo film, e a questo eccellente regista, erano molto elevate ma si sono completamente sciolte proprio come i cubetti di ghiaccio nei bicchieri dei drink che sorseggiano i protagonisti a bordo piscina sotto i raggi di sole di Acapulco.

Marcello Regnani

PRO CONTRO
Lascia spazio a mille chiavi di lettura. Di queste mille non si capisce quale sia quella corretta.
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