Venezia78. Ultima notte a Soho, la recensione

La giovane Eloise sta finalmente per coronare il suo sogno: andare a Londra a studiare in una prestigiosa scuola di moda per diventare una stilista. La ragazza segue tutte le raccomandazioni dell’amata nonna, rendendosi presto conto che la vita da matricola universitaria è ben più complicata di quello che si sarebbe potuta aspettare. Eloise decide, così, di lasciare l’alloggio per studenti e prende in affitto una stanza da sola in una vecchia abitazione nel quartiere di Soho. Da questo momento, ogni notte, Eloise compie magicamente un viaggio temporale e si ritrova nella Londra anni ’60 impersonando Sandy, una bellissima aspirante cantante. Inizialmente questo strano evento fornisce alla ragazza la carica e l’ispirazione per i suoi studi, ma ben presto scopre che Sandy è al centro di un’avventura d’orrore davvero terrificante!

L’inglese Edgar Wright torna all’horror, ma se in passato il suo contributo al genere era contaminato con la commedia nel cult Shaun of the Dead – L’alba dei morti dementi, con Ultima notte a Soho il sangue e gli spaventi si uniscono a una storia thriller dai connotati soprannaturali. In questi anni abbiamo imparato a conoscere Wright, oltre che per un notevole talento dietro la macchina da presa, per la sua propensione all’ironia che stava tanto alla base della Trilogia del Cornetto (Shaun of the Dead, Hot Fuzz, La fine del mondo) quanto nei toni leggeri di Scott Pilgrim vs the World e Baby Driver. Con Ultima notte a Soho c’è un taglio netto con il passato, un sostanziale cambio di tono che ne fa senza ombra di dubbio l’opera per il momento più autoriale del regista.

Ultima notte a Soho

Alla base del film c’è sempre e comunque una voglia di sperimentare con la m.d.p., di giocare con i generi, di glorificare la musica, come era già stato fatto con inventiva sia in Scott Pilgrim che, soprattutto, in Baby Driver – Il genio della fuga. Così Eloise, ragazza ingenua e dall’animo gentile e altruista, è una grande appassionata di musica pop anni ’60, passione trasmessale dalla nonna che per il suo trasferimento a Londra le lascia portar via i loro preziosi vinili. Eloise, in fin dei conti, sembra proprio una ragazza di altri tempi, a tratti perfino impacciata, e affascinata anche dal look della Swinging London che le fornisce il “la” per il suo percorso di studi. Non sembra un caso, dunque, che il suo alter-ego sia proprio una ragazza di quell’epoca, con capelli cotonati e abiti glamour, che sta tentando la carta della musica nei locali più in del quartiere a suon di Petula Clark e Nancy Sinatra. Due persone apparentemente diversissime, distanti (non solo temporalmente), forse perfino opposte, accomunate dalla sola passione per la musica e dal quartiere che momentaneamente le ospita. Eppure, come per magia, Eloise diventa Sandy, comincia ad assaporare l’ebrezza del palcoscenico, della vita notturna in una grande città, ma anche un orrore che si annida nel jet-set, una terrificante realtà che a volte ci chiede di scendere a compromessi.

Ultima notte a Soho

Quello che sembrava a tutti gli effetti un teen-drama con “elemento fantasy”, nella seconda metà si tramuta in horror puro farcito di visioni spettrali, omicidi cruentissimi ed epilogo a sorpresa che lascerà un sorriso a trentadue denti nei sostenitori del buon b-movie d’antan. Edgar Wright, infatti, da spettatore di certo cinema di genere (di cui aveva già mostrato con ironia la conoscenza anche nel cortometraggio/fake trailer Don’t) crea una situazione che mescola il Polanski prima maniera, quello di Repulsion e L’inquilino del terzo piano, con il Michael Powell de L’occhio che uccide, avviandosi a poco a poco verso atmosfere sempre più gotico-moderne tipiche di alcune produzioni Hammer Films di fine anni ’60 e, soprattutto, del cinema di Peter Walker.

Ne viene fuori un’opera straniante, un vero e proprio viaggio nel tempo e nell’inconscio, sia collettivo femminile che della protagonista, che coinvolge, emoziona, stordisce e spaventa.

Ultima notte a soho

Ultima notte a Soho si avvale di un look pazzesco, maniacale nella cura di ogni aspetto tecnico/estetico. E se della musica si è già detto, in quanto componente fondamentale intra ed extradiegetica al racconto, non da meno è la fotografia curata dal sudcoreano Chung Chung-hoon, fido collaboratore di Park Chan-wook, che riesce a distinguere i due piani temporali con una netta differenza cromatica e si concentra su rossi, blu, verdi e gialli corposissimi come quelli che caratterizzavano la fotografia di capolavori del nostro cinema come Sei donne per l’assassino di Mario Bava e Suspiria di Dario Argento.

Elegantissima e inventiva la regia di Wright, che stavolta mette da parte gli espedienti di montaggio e i ritmi indiavolati dei suoi film precedenti per dar rilievo agli spazi, ai primi piani strettissimi, ai giochi di specchi che forniscono anche a livello narrativo il passaggio da una all’altra epoca.

Ultima notte a Soho

Da sottolineare assolutamente la magnifica performance delle due protagoniste Eloise e Sandy, rispettivamente interpretate da Thomasin MacKenzie e Anya Taylor-Joy, perfettamente calate nei loro personaggi e qui pronte a confermare il loro grande talento e versatilità. In ruoli di supporto troviamo l’ex Doctor Who Matt Smith, Terence Stamp in un misterioso e fondamentale ruolo, e Diana Riggs, indimenticabile Emma Peel nella serie tv The Avengers – Agente speciale e Lady Olenna Tyrell in Game of Thrones, qui alla sua ultima interpretazione.

Insomma, Ultima notte a Soho è una vera sorpresa cinefila, la conferma del talento di Wright che qui dimostra di essere cresciuto di saper affrontare un cinema cerebrale e artistico pur non rinunciando al suo amore per il cinema di genere che gli ha permesso di emergere ed affermarsi.

Ultima notte a Soho è stato presentato fuori concorso alla 78ª Mostra del Cinema di Venezia e arriverà nei cinema italiani il 4 novembre 2021 distribuito da Universal Pictures Italia.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Una storia intricata e intrigante che riesce a coinvolgere e sorprendere.
  • Una cura estetica impressionante per uno dei film visivamente più affascinanti dell’anno.
  • Thomasin McKenzie e Anya Taylor-Joy.
  • Nonostante il ritmo adeguato alla storia narrata, notiamo una prolissità nella parte centrale.
  • Lo spettatore meno avvezzo ai b-movie horror potrebbe non apprezzare la svolta finale.
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