Voglio una vita a forma di me, la recensione

Il 10 agosto 2018 la piattaforma Netflix pubblicò la serie Insatiable che venne incompresa e accusata di fat shaming, con tanto di petizione on line per approvarne la cancellazione; esattamente un mese dopo, lo stesso colosso dell’home video annunciò di aver comprato i diritti per la trasposizione del romanzo Dumplin (edito in Italia dalla Mondadori col titolo, appunto, Voglio una vita a forma di me) scritto da Julie Murphy, la cui trama può essere definita la “gemella buona” – anzi, body positive- di Insatiable.

Voglio una vita a forma di me, uscito il 3 maggio su Netflix, è stato presentato come il film che ogni madre sogna di far vedere alla propria figlia: è all’altezza delle aspettative?

Sì… e ciò è dimostrato dal fatto che durante la visione ci si dimentica che è stato confezionato apposta per mettere a tacere le polemiche su Insatiable.

Willowdean Dickson (Danielle Macdonald), ribattezzata dalla madre Rosie (Jennifer Aniston) “polpettina” (in inglese “dumplin”) è un’adolescente sovrappeso ma serena che trascorre le ultime giornate estive ad ascoltare la musica di Dolly Parton, a divertirsi con la sua migliore amica Ellen (Odeya Rush) e a lavorare nella tavola calda assieme al suo collega Bo (Luke Benward).

La madre di Willowdean in gioventù è stata una reginetta di bellezza locale e da allora si occupa di presenziare a tutti i concorsi per future “miss” del Texas, per questo motivo la nostra protagonista, non avendo una figura paterna, ha passato l’infanzia con l’energica zia Lucy (Hilliary Begley) che le ha trasmesso l’amore per la vita e la musica.

Data la recente scomparsa dell’amata zia, i rapporti tra Willodean e la madre sono spesso tesi tanto che la ragazza decide di iscriversi assieme alla propria migliore amica al concorso di bellezza più importante della città come forma di “ribellione” per far ammettere alla madre che si vergogna di lei.

Nonostante l’intento provocatorio, la ragazza vedrà salire a galla tutte le insicurezze che era riuscita a seppellire grazie agli insegnamenti della zia e comincerà a dubitare dell’appoggio della sua migliore amica Ellen, che durante le selezioni del concorso stringerà amicizia con le candidate preferite Bekah Cotter (Dove Cameron) e Callie Reyes (Georgie Flores).

Alla protesta di “Polpettina”, tuttavia, aderiranno anche altre due ragazze “fuori dagli schemi”: l’esuberante Millie Michalchuk (Maddie Baillio) e la trasgressiva Hannah Perez (Bex Taylor-Klaus); le ragazze verranno sostenute da un altro gruppetto di “outsider”, sino al giorno della grande cerimonia.

Questo film diretto da Anne Fletcher (Step up, 27 volte in bianco, Ricatto d’amore) si distingue per essere riuscito a calibrare toni “sbarazzini” con contenuti che sfociano nel drammatico: all’inizio del film ciascun personaggio “sembra” aver messo da parte tutte le proprie insicurezze, ma uscendo dalla propria confort zone scoprirà che esse faranno sempre parte della propria esistenza.

Si potrebbe quasi dire che, come in una tragedia Shakespeariana, -sì, l’ho fatto: ho paragonato le tragedie di Shakespeare alla sceneggiatura di un film per l’home video, shame on me- la parte “profonda” sia stata affidata ai protagonisti principali, come Willowdean ed Ellen, e quella “comica” a quelli secondari, come  Millie, Hanna, Rosie e i “vecchi amici” della zia Lucy, cosicché il messaggio finale del body positive non sembri scontato ma venga visto come un traguardo per tutti. Ritornando alle citazioni Shakespeariane, un applauso speciale al personaggio interpretato da Harold Perrineau (Romeo+Giulietta, Matrix Reloaded, Zero Dark Thirty), una specie di guru/fata madrina eccentrica e iconica, tanto quanto la mitica Jennifer Aniston (…e alla fine arriva Polly, Come ti spaccio la famiglia, Come ammazzare il capo e vivere felici) riesce a essere irritante e frivola.

Lo stile brioso della regia è valorizzato dai colori della scenografia e dei costumi oltreché dalla colonna sonora ampliamente ispirata alla discografia di Dolly Parton.

Siamo dunque lontano dallo stile camp e mordace di Insatiable, dalla “scorretta” banalità di Sierra Burgess è una sfigata e dall’umorismo eccessivo di Non è romantico?. Voglio una vita a forma di me è la quasi-commedia che non nasconde né minimizza le difficoltà del mondo reale.

Ilaria Condemi de Felice

PRO CONTRO
  • Messaggio positivo.
  • Toni variegati.
  • Personaggi secondari comici.
  • Trama poco originale.
  • Dialoghi scontati.
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