Wolf Call – Minaccia in alto mare, la recensione

Cinema e sottomarini sono un binomio difficilissimo da far collimare con efficacia e ce lo dimostra il nutrito stuolo di film che periodicamente associa una trama bellico/politica con una claustrofobica location sottomarina. Brutti film per lo più, dispiace dirlo. Di solito, infatti, fare un film di guerra in un sottomarino è il modo più economico per una casa di produzione per sfruttare il genere bellico, vista la possibilità di girare in un ambiente unico, in interni ricostruiti in un teatro di posa, con pochi attori, computer grafica relativamente semplice per gli esterni nei fondali marini e nessuna necessità di stupire lo spettatore con scene troppo spettacolari.

Escluso quello sparuto gruppo di film ormai cult che hanno fatto la storia del filone sottomarino (Agguato sul fondo, Duello sull’Atlantico, Allarme rosso, Caccia a ottobre rosso, U-571, K-19), si fatica non poco a trovare titoli degni di visione, e quando ci si imbatte per lo più sono film appartenenti ad altri generi (thriller, soprattutto) che utilizzano quelle location e quelle suggestioni per raccontare storie che con il cinema di guerra, alla fine, hanno poco o nulla a che fare.

È interessante notare come Antonin Baudry faccia del suo meglio per non cadere in tutte quelle infide trappole che il filone sottomarino tende ai filmaker, ma non riesce ad elevare al di sopra del noioso dramma a location unica il suo Wolf Call – Minaccia in alto mare.

Le chant du loup

Antonin Baundry, conosciuto anche con lo pseudonimo Abel Lanzac, che ha un passato come diplomatico e sceneggiatore di fumetti, esordisce al cinema imboccando una strada in salita, scrivendo e dirigendo un film che – stando alle sue dichiarazioni – aveva nella testa da tempo e di cui aveva intenzione di sviluppare una storia a fumetti.

In Wolf Call – Minaccia in alto mare si racconta la storia di Chanteraide, un giovane analista acustico, soprannominato “orecchio d’oro”, imbarcato in un sottomarino francese al largo della Siria. La missione è relativamente semplice: attraversare una porzione d’oceano per recuperare alcuni soldati francesi che attendono soccorso sulla spiaggia. Ma un imprevisto complica la missione e porta Chanteraide all’errore: un sottomarino nemico in avvicinamento. Sfiorato il disastro diplomatico, il ragazzo deve rispondere delle sua azioni davanti ai superiori, ma una guerra nucleare è all’orizzonte e “orecchio d’oro” è chiamato a servire ancora una volta il suo paese, per dimostrare ai suoi colleghi che possono ancora fidarsi di lui.

le chant du loup

Chiaramente confezionato per donare al cinema d’Oltralpe un tono da blockbuster a stelle e strisce, Wolf Call (che in originale si intitola Le chant du loup, a identificare il rumore del sonar di un sottomarino) si impantana quasi subito in quei meccanismi da thriller geopolitico che hanno su buona parte del pubblico un effetto respingente. Pieno di tecnicismi verbali, che arrivano sicuramente dal passato politico del regista, e con un ritmo fin troppo lento, il film di Baundry affida saggiamente il suo appeal a un personaggio accattivante che ha il potere del “superudito”. Bisogna ammettere che la delineazione del personaggio interpretato da François Civil (già visto in Frank e Necropolis – La città dei morti) ha una buona presa sullo spettatore, descrivendo il protagonista come eroico e allo stesso tempo affetto da difficoltà, date proprio dal suo udito sopraffino che ci viene descritto quasi più come una maledizione che un pregio. La sua vicenda, che non risparmia una storia d’amore e un travagliato percorso di accettazione, è fondamentalmente mirata alla ricerca di una “seconda possibilità”. Giustamente, il mondo di Chanteraide è popolato da altri personaggi che vestono una uniforme e hanno il volto di celebri star del cinema francese: dal sempre bravissimo Reda Kateb a Omar Sy, passando da Mathieu Kassovitz che fornisce al protagonista quella indispensabile immagine paterna immancabile in film di questo tipo.

Le chant du loup

Districandosi con poco successo tra molti cliché, alcuni propri del cinema statunitense, Wolf Call soffre proprio di quelle problematiche che affliggono spesso il cinema sottomarino. Tempi dilatati, azione poco pregante indotta essenzialmente dal crescendo della colonna sonora e da persone che si urlano addosso mentre la camera traballa simulando sussulti oceanici, staticità narrativa generale e trama complicata da seguire. Riguardo questo genere di film, lo stesso Antonin Banudry ha dichiarato in un’intervista:

L’universo dei sottomarini è poetico e quindi è anche cinematografico. È caloroso, pericoloso, confortante, uterino. Porta dentro di se l’origine del mondo, la sofferenze originale dell’uomo e anche la sua fine.

Belle parole, senz’altro, che indicano una visione molto personale del genere ma che, nei fatti, non sono state applicate nel migliore dei modi.

Non siamo ai livelli disastrosi di Hunter Killer – Caccia negli abissi, altro recente submerged-movie, ma Wolf Call – Minaccia in alto mare comunque non convince, trascinandosi dietro tutti i problemi di un genere difficilissimo e poco accattivante.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Il personaggio principale ha un taglio drammatico fuori dal comune.
  • Il cast, nel suo complesso, è di grande livello.
  • Si porta dietro tutte le caratteristiche negative che spesso contraddistinguono il cinema dei sottomarini: noia, storie poco interessanti, tempi dilatati.
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