40 secondi, la recensione

Ci sono fatti di cronaca che bruciano più di altri, che sconvolgono l’opinione pubblica per la brutalità e l’assurdità con cui si consumano. L’omicidio di Willy Monteiro Duarte, avvenuto nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2020 a Colleferro, è uno di questi. Un’aggressione fulminea, feroce, inspiegabile. E quei 40 secondi che danno il titolo al film di Vincenzo Alfieri sono il tempo esatto che intercorre tra l’arrivo dei fratelli Bianchi sul luogo della rissa e il momento in cui Willy cade al suolo agonizzante. Quaranta secondi: la misura spaventosa di quanto velocemente può spezzarsi una vita e frantumarsi un intero tessuto sociale.

Alfieri, insieme al co-sceneggiatore Giuseppe G. Stasi, affronta una sfida difficilissima: trasformare una vicenda realmente accaduta — e priva, di per sé, di una struttura “cinematografica” — in un’opera che non tradisca la realtà, che non spettacolarizzi la tragedia, ma che allo stesso tempo riesca a interpretarla e a restituirla con un linguaggio narrativo incisivo. Lo fa ispirandosi all’omonimo libro di Federica Angeli, ma soprattutto con un’idea che evita il biopic edificante o il dramma lineare: 40 secondi è un film corale, un mosaico di punti di vista che compongono le 24 ore precedenti al delitto, in un meccanismo quasi rashomoniano.

Il film accoglie le prospettive di Maurizio, Michelle, Lorenzo, Federico e naturalmente Willy, ma nessuno è il vero protagonista: tutti sono frammenti di un’unica tragedia, tasselli emotivi e comportamentali che spiegano — senza giustificare — come si possa arrivare a un’esplosione di violenza così estrema. Ogni segmento costruisce un mondo, un contesto familiare, un desiderio, una contraddizione; e quando le linee narrative convergono, il pubblico ha davvero l’impressione di conoscere quei ragazzi, di comprenderli, di aver camminato accanto a loro per una giornata che sembra qualunque e invece è l’ultima.

La regia di Alfieri è nervosa, concitata, fisica: la macchina da presa resta addosso ai personaggi, li pedina, li asseconda nei loro sbalzi emotivi, li imprigiona nei loro spazi stretti, nelle camerette, nelle auto, nei cortili, nei locali notturni. È uno stile che non concede respiro e che funziona perfettamente in un racconto costruito sulla tensione morale più che sull’azione.

Il cast è un altro punto di forza evidente. I nomi più noti — Francesco Di Leva, Sergio Rubini, Francesco Gheghi, Enrico Borello — sono ottimi; ma a colpire sono soprattutto i giovani e giovanissimi, diretti con una precisione rara nel cinema italiano contemporaneo. Justin De Vivo trova un Willy dolce, timido, credibile, lontanissimo dalla santificazione e vicino alla fragile umanità del ragazzo che era. Beatrice Buccilli tratteggia una Michelle complessa e ferita, un pesce grosso che vuole finalmente fuggire da quel piccolo stagno che comprime e reprime. Ma a sorprendere sono i due fratelli violenti interpretati da Giordano Giansanti e Luca Petrini: mai macchiette, mai caricature, bensì veri concentrati di contraddizioni morali, figli di un’educazione ambigua, di un maschilismo interiorizzato, di un culto distorto della forza e dell’apparire. Accanto a loro, la fidanzata di uno dei due, interpretata da Chiara Celotto, aggiunge un tassello fondamentale a questo ritratto di “normalità deviata”.

La scrittura è solida, credibile, e soprattutto riesce dove tanti film italiani falliscono: i giovani parlano come giovani, non come adulti che imitano un gergo giovanile. Il ritmo è serrato, gli incastri temporali hanno senso, la ripetizione degli eventi da diverse prospettive amplifica il coinvolgimento. Il climax finale, pur essendo noto allo spettatore, arriva con una potenza emotiva devastante, ma mai ricattatoria: si piange non perché il film manipola, ma perché lo spettatore ha imparato a voler bene a queste persone, vittime e carnefici.

40 secondi è il miglior film di Alfieri ad oggi: duro, sincero, emotivamente devastante, ma anche un’opera di altissima responsabilità etica. Non c’è sensazionalismo, non c’è morbosità, non c’è facile demonizzazione. C’è un microcosmo sociale, c’è il fallimento dell’educazione, la fragilità dei legami, la rabbia repressa, la solitudine, l’amore, l’incapacità di prevedere l’orrore. Un film che tutti dovrebbero vedere, non per ricordare il fatto di cronaca, ma per comprendere cosa possa generare la violenza quando trova spazio nel vuoto.

Vincitore del Premio Speciale della Giuria alla Festa del Cinema di Roma 2025, 40 secondi è uno dei titoli italiani più importanti dell’anno.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • La struttura a punti di vista multipli, alla Rashomon, è gestita con precisione e permette di comprendere a fondo i personaggi senza semplificazioni.
  • Regia intensa e immersiva.
  • Dai nomi affermati ai giovanissimi esordienti, tutti gli attori funzionano.
  • Qualche inevitabile ripetizione strutturale.
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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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40 secondi, la recensione, 8.0 out of 10 based on 1 rating

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