Al termine del sole, la recensione del film di Almerighi e Lepori che omaggia Avere Vent’anni di Di Leo
Non tutti i film possono essere strappati al tempo che li ha generati. Alcuni nascono così profondamente legati alla loro epoca da diventare, col passare degli anni, testimonianze inscindibili da un preciso contesto storico, culturale e persino politico. Avere vent’anni di Fernando Di Leo è uno di questi. Uscito nel 1978, duro, disperato e scandaloso, segnato da problemi distributivi e da una censura che ne mutilò a lungo la versione integrale, il film di Di Leo raccontava il viaggio di due ragazze attraverso un’Italia di comuni, utopie fallite e violenza latente, fino a un epilogo di cupissima ferocia. Era un film figlio diretto della fine delle illusioni post-sessantottine.
Al termine del sole, scritto e diretto a quattro mani da Dario Almerighi e Lorenzo Lepori, nasce apertamente come un omaggio — e in parte riscrittura — di quel modello. Il legame è dichiarato fin dai nomi delle protagoniste, Gloria e Lilli, evidente richiamo a Gloria Guida e Lilli Carati. Ma se nel film di Di Leo l’aspetto erotico e provocatorio era parte integrante del discorso (e del suo scandalo), qui viene fortemente ridimensionato: resta invece intatta l’idea di una discesa progressiva all’inferno, di un viaggio che promette liberazione e si trasforma in trappola.
Gloria e Lilli sono due adolescenti di oggi che fuggono da una provincia soffocante, portandosi dietro sogni, rabbia e un desiderio di sparizione più che di vera libertà. Il loro percorso le conduce a una comunità guidata da un leader carismatico e ambiguo, il Nazariota, che offre accoglienza, spiritualità e una via alternativa per stare al mondo. Ma dietro la facciata emergono presto dinamiche di controllo, manipolazione e abuso.
Il film è molto intelligente nell’aggiornare parte del contesto perché qui il disagio giovanile passa anche dai social, dall’esposizione continua, dall’identità come costruzione pubblica che porta direttamente al violento epilogo. In questo senso Al termine del sole funziona bene come rilettura contemporanea del tema. Allo stesso tempo, però, è innegabile che oggi risulti meno credibile l’idea stessa di un viaggio iniziatico “on the road” come quello degli anni Settanta: le comuni, le fughe ideologiche, le utopie comunitarie non fanno più parte dell’immaginario collettivo. Il disagio contemporaneo è più statico, più chiuso, più digitale. Questo scarto temporale si avverte e rende l’operazione, a tratti, un po’ fuori tempo massimo.
Eppure, il film regge grazie a tre elementi fondamentali. Il primo è la direzione degli attori. Elena Libertà Silvi, nel ruolo di Gloria, offre una prova intensa e fragile, sempre in bilico tra rabbia e bisogno d’amore. Francesca Montuori, nel ruolo di Lilli, le fa da contrappunto più istintivo e impulsivo, ma mai superficiale. Il vero perno del film, però, è Fabrizio Bordignon nel ruolo del Nazariota: inquietante, carismatico, sopra le righe ma con cognizione di causa.
Il secondo elemento è il modo in cui il film rilegge il finale: come nel modello di Di Leo, anche qui il destino delle protagoniste è amaro e violento, una vera caduta nell’abisso, ma non una copia della famigerata director’s cut di Avere vent’anni. La traiettoria è simile, la conclusione no, e questo dimostra una volontà di dialogare col passato senza limitarsi a replicarlo.
Il terzo è una sincera vena autoriale che attraversa tutto il film. Almerighi e Lepori (che compaiono anche in un piccolo cammeo) non sono nuovi al cinema indipendente e di genere — tra documentari, corti e lavori legati al cinema horror/splatter — e qui si spalleggiano restituendo uno stile underground, ma lirico, quasi neorealista alla Claudio Caligari, ma con una gran bella fotografia di Federico Giammattei. Il risultato è un film che, pur nei suoi limiti, ha un’identità precisa e riconoscibile.
In definitiva, Al termine del sole funziona molto bene come accorato omaggio e riflessione su Avere vent’anni e il suo lascito. La storia è forse un po’ fuori tempo, ma l’operazione è sincera, rispettosa e anche piuttosto profonda. Il risultato si fa apprezzare.
Roberto Giacomelli
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