Alien: Pianeta Terra. Quando il franchise si trasforma in un gioco da ragazzini
Parlare di Alien significa confrontarsi con una delle saghe cinematografiche più importanti e influenti della fantascienza e dell’horror moderno. Dal 1979, anno in cui Ridley Scott diede vita allo xenomorfo con l’indimenticabile Alien, la creatura ideata da H.R. Giger è diventata un’icona della paura, declinata in forme diverse ma sempre potenti. Se Aliens – Scontro finale di James Cameron è stato l’apice del cinema action-horror anni ’80, Alien³ di David Fincher e Alien: La clonazione di Jean-Pierre Jeunet hanno mantenuto viva la saga con visioni autoriali, difendibili e coerenti nel loro sperimentalismo. Poi sono arrivati i prequel firmati dallo stesso Scott, Prometheus e Alien: Covenant, tentativi ambiziosi ma non del tutto riusciti, appesantiti da filosofeggiamenti sterili e una progressiva perdita del cuore pulsante del franchise.
Con Alien: Romulus, Fede Álvarez aveva riportato lo xenomorfo “sulla giusta linea”, recuperando claustrofobia e terrore primordiale. Ma il nuovo corso Disney – ormai padrona del marchio dopo l’acquisizione di Fox – è stato chiaro: svecchiare sia Alien che la saga “cugina” Predator, rendendoli appetibili a un pubblico più giovane. Il problema è che questa operazione, con la serie Alien: Pianeta Terra, è sfuggita di mano.
Il creatore Noah Hawley – già noto per le serie Fargo e Legion, dove la reinvenzione dei generi era la sua cifra – ha qui tentato di piegare Alien a una forma televisiva moderna, fatta di personaggi giovani, dinamiche adolescenziali e una più ampia mitologia. Solo che questa volta la scelta si è rivelata fatale: i protagonisti non sono semplicemente giovani, ma letteralmente bambini intrappolati in corpi da androidi giovani-adulti, un’idea che poteva sembrare originale ma che sullo schermo si traduce in un effetto straniante e spesso ridicolo. Vedere attori adulti che parlano e si comportano come bambini è un espediente demenziale che rende ogni scena involontariamente comica, anzi irritante, cancellando la tensione.
Anno 2120. Il mondo è dominato da cinque potenti mega-corporazioni — Prodigy, Weyland-Yutani, Lynch, Dynamic e Threshold — che controllano tecnologia, politica e vita quotidiana, in una società dove umani, cyborg e sintetici (androidi avanzati con intelligenza artificiale) convivono in un equilibrio instabile. La Prodigy Corporation presenta una nuova frontiera dell’evoluzione: gli ibridi, esseri con corpo artificiale ma coscienza umana. Il primo prototipo è Wendy (Sydney Chandler), un ibrido dal corpo adulto ma con la mente di una bambina (malata terminale).
Quando la nave spaziale USCSS Maginot, di proprietà della Weyland-Yutani, si schianta su Prodigy City per ragioni misteriose, da essa emergono forme di vita aliene sconosciute e assai più terribili di quanto chiunque potesse immaginare. Le conseguenze del disastro provocheranno una serie di eventi che metteranno a dura prova il fragile equilibrio tra le varie specie e tecnologie, e costringeranno Wendy, suo fratello Joe (Alex Lawther) e un gruppo improvvisato di combattenti ad affrontare minacce che vanno oltre la semplice sopravvivenza fisica.
La trama – diluita in otto episodi, troppi – ci porta su una Terra futuristica dove l’arrivo degli xenomorfi coincide con la sperimentazione di nuove forme di intelligenza artificiale. La protagonista, interpretata da Sydney Chandler, è una giovane donna capace di comunicare con gli alieni, di addomesticarli (!) e di controllare qualsiasi dispositivo elettronico in rete. Una forzatura di sceneggiatura enorme, che la trasforma in una Mary Sue invulnerabile: ogni volta che è in scena – e lo è praticamente sempre – tutto va miracolosamente a suo favore. Ne risulta un personaggio insopportabile, svuotato di tensione narrativa.
Gli otto episodi soffrono spesso di eccessiva lentezza narrativa, rivelandosi in quasi la metà delle occasioni in veri e propri filler: troppe chiacchiere, dinamiche ridondanti (la similitudine con Le avventure di Peter Pan) e pochissimo spazio al vero motore della saga, lo xenomorfo. È paradossale che in una serie intitolata Alien le apparizioni della creatura siano centellinate e spesso sacrificate a favore di sottotrame poco incisive. Va lodato, però, lo sforzo di ampliare il bestiario: alcune nuove specie aliene – come il terrificante “Occhio” – risultano persino più inquietanti dello xenomorfo stesso. Inoltre, gran parte degli effetti speciali sono pratici: vedere lo xenomorfo realizzato ancora una volta con un uomo in costume, come ai tempi di Scott e Cameron, è una vera goduria per i fan.
Il cast non è tutto da buttare. Timothy Olyphant nel ruolo del sintetico Kirsh è di gran lunga il più interessante: il suo look richiama esplicitamente Roy Batty di Blade Runner, forse un omaggio a Scott, e la sua interpretazione regala profondità e ambiguità al personaggio. È lui il vero cuore della serie, quello che più di tutti incarna il conflitto tipico dell’universo Alien. Merita una menzione anche l’episodio 5, “In Space, No One…”, un tentativo di richiamare l’atmosfera del primo film con un gioco di claustrofobia e tensione che per una volta funziona, dimostrando che la strada giusta sarebbe stata proprio quella.
Purtroppo, l’impressione generale è che Hawley non abbia colto lo spirito del franchise, portandolo in una direzione poco consona e poco interessante. È lo stesso errore commesso da Ridley Scott con i prequel, ma con ancora meno convinzione e uno sguardo d’insieme poco chiaro. Alien: Pianeta Terra sembra voler essere tutto e niente: un coming-of-age fantascientifico, un horror esistenziale, un teen drama e al tempo stesso un monster movie. Il risultato è confuso e, soprattutto, lontanissimo da ciò che i fan di Alien si aspettano.
E come spesso accade nella serialità moderna, la stagione non ha un vero finale. Si interrompe bruscamente, lasciando molte domande aperte e un senso di frustrazione nello spettatore, che non sa se ci sarà mai una conclusione. Un errore enorme, perché si aggiunge al malcontento già diffuso, trasformando questa prima stagione in un repellente più che in un nuovo inizio.
Alien: Pianeta Terra è dunque un’occasione sprecata: un esperimento curioso che parte da un concept intrigante (i primi due episodi sono abbastanza promettenti) ma naufraga tra scelte di scrittura discutibili, protagonisti insopportabili e un eccesso di chiacchiere a scapito dell’orrore. Qualche lampo c’è – gli effetti pratici, Olyphant, l’episodio 5 – ma sono troppo pochi per salvare l’insieme. Se ci sarà una seconda stagione, dovrà necessariamente fare tesoro di questi errori, altrimenti rischia di alienare del tutto non solo gli spettatori casuali, ma soprattutto i fan storici della saga.
Roberto Giacomelli
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Un vero peccato, era partita bene, pareva bella cupa e gore e la scelta di mettere una colonna sonora hard rock mi aveva gasato non poco, ma si alla fine si perde per strada diventando uno show per bambini, lo dissi da subito, quando lessi che la Disney ( una vera disgrazia per la settima arte) avrebbe acquistato i diritti dei franchise di Alien e Predator , che sarebbe stata la fine per queste due icone. Già ho il voltastomaco per Predator Badlands solo dal trailer. Mah speriamo che inizino ad andare male così magari si fermano.