Amarga Navidad, la recensione

C’è stato un momento in cui il cinema di Pedro Almodóvar sembrava capace di reinventarsi continuamente pur restando sempre fedele a se stesso. Melodramma, desiderio, identità, dolore, maternità, morte: il regista spagnolo ha attraversato decenni di cinema trasformando le proprie ossessioni in immagini vivissime, colorate, pulsanti. Ma se già il disordinato Madres Paralelas lasciava intravedere una certa fatica narrativa e il più recente La stanza accanto trovava almeno una sua delicata compostezza elegiaca, con Amarga Navidad Almodóvar torna a confrontarsi direttamente con il proprio mestiere, con la crisi creativa e con il cinema stesso, realizzando una sorta di spin-off spirituale di Dolor y gloria. Il problema è che stavolta il gioco sembra essersi inceppato.

Raul (Leonardo Sbaraglia) è un regista e sceneggiatore da tempo lontano dai riflettori che tenta di tornare in pista con un nuovo film. Seguiamo così la genesi narrativa della sua opera, ambientata nel 2004 e incentrata su Elsa (Bárbara Lennie), una regista che scopre di soffrire di attacchi di panico e non riesce più a portare avanti il proprio lavoro. Per costruire il suo film Elsa prende ispirazione dalle persone che la circondano: dal compagno spogliarellista Beau (Patrick Criado) alle sue amiche Patricia (Victoria Luengo), convinta che il marito la tradisca ma incapace di affrontarlo, e Natalia (Milena Smit), attrice sprofondata nella depressione dopo la morte del figlio. Ma in un continuo gioco di specchi e matrioske narrative, anche Raul trae materiale creativo proprio dalle persone che popolano la sua vita quotidiana, trasformandole in personaggi e alimentando dubbi morali ed etici sul rapporto tra arte e sfruttamento emotivo.

Il cuore di Amarga Navidad è tutto qui: il cinema che si nutre della vita, la vita che viene manipolata dal cinema e il confine sempre più ambiguo tra sincerità autobiografica e appropriazione emotiva. Temi che Almodóvar conosce benissimo e che fanno parte della sua poetica da decenni. Non è un caso che il film richiami apertamente Dolor y gloria, ma anche Gli abbracci spezzati e La legge del desiderio. Il metacinema è da sempre una componente fondamentale del suo immaginario. Solo che ciò che un tempo appariva vitale, provocatorio, persino rivoluzionario, qui assume la forma di un gesto stanco, quasi automatico.

La sensazione dominante durante la visione è infatti quella di assistere a un autore che gira continuamente attorno alle stesse ossessioni senza riuscire più a trasformarle in vero racconto. Come Raul ed Elsa, anche Almodóvar sembra palesemente in crisi d’ispirazione. E il problema più evidente del film è proprio l’assenza di una storia davvero interessante da raccontare. La vicenda di Elsa, cioè il film nel film, è incredibilmente piatta: gli attacchi di panico, la depressione, i rapporti sentimentali, tutto viene raccontato in maniera svogliata, senza tensione drammatica, senza quell’esplosione emotiva che da sempre caratterizzava il cinema del regista spagnolo. Ma se il film nel film non funziona, inevitabilmente crolla anche tutto ciò che gli ruota attorno.

La storia di Raul, infatti, è altrettanto moscia. I rapporti con il giovane compagno Santi e con l’amica Monica non riescono mai a diventare realmente coinvolgenti, restando confinati in dialoghi lunghi, spesso ripetitivi, che sembrano più esercizi di autoanalisi dell’autore che momenti di autentico cinema. Amarga Navidad finisce così per assumere la forma di una lunghissima elucubrazione mentale di Almodóvar su se stesso, sul proprio blocco creativo e sulla paura della vecchiaia. E a pagarne il prezzo è inevitabilmente lo spettatore, che fatica enormemente a sentirsi coinvolto.

Questo non significa che il film sia privo di qualità. Visivamente, Almodóvar resta immediatamente riconoscibile. I colori saturi, gli ambienti ricchi di dettagli, la composizione dell’inquadratura, il gusto per gli oggetti e gli spazi domestici conservano ancora quel tocco gioioso e artificiale che ha reso iconico il suo cinema. Ma è una bellezza sempre più malinconica, quasi soffocata dai temi che ormai ossessionano il regista: depressione, malattia, ospedali, il corpo che invecchia, la paura della morte. Temi già centrali nei suoi ultimi lavori e che qui assumono un carattere ancora più scopertamente autobiografico.

Ed è forse proprio questo l’aspetto più triste di Amarga Navidad: la sensazione di vedere un autore gigantesco fare i conti con il proprio declino creativo in tempo reale. Almodóvar sembra terrorizzato dall’idea della fine — della vita, del cinema, dell’ispirazione — e il film stesso sembra incapace di arrivare davvero a una conclusione, lasciandosi trascinare verso un epilogo sospeso, quasi incompleto, con la “scusa” che le storie devono trovare da sole la propria conclusione.

Si esce dalla sala non solo provati dalla pesantezza dell’opera, ma anche con una certa amarezza. Perché dietro Amarga Navidad si intravede ancora il talento immenso di uno dei più grandi registi europei contemporanei, ma anche la dolorosa consapevolezza che quel talento, oggi, sembri ripiegato su se stesso in modo sterile e autoreferenziale.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Il consueto piglio cromatico e scenografico del cinema almodovariano.
  • Alcuni spunti metacinematografici interessanti che richiamano altre opere dell’autore.
  • Il coraggio di esporsi in maniera così personale.
  • Narrativamente piatto e autoreferenziale.
  • Manca una vera storia coinvolgente.
  • Ritmo estenuante e personaggi poco incisivi.
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Valutazione: 5.0/10 (su un totale di 1 voto)
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