Anaconda, la recensione del meta-reboot con Jack Black e Paul Rudd
L’ossessione degli Studios per le proprietà intellettuali e i franchise è tale che ci troviamo spesso a vedere e parlare (e scrivere) di film che hanno anche numeri a doppia cifra dopo il titolo o reboot/requel che celebrano successi e/o cult di 30 o 40 anni fa, se non prima. Una tendenza che non molla Hollywood, che la porta in quella comfort zone fatta di incasso minimo garantito, di hype generata da milioni e milioni di spettatori assicurati già solo dall’annuncio del progetto. Pigrizia? Forse. Ma soprattutto mancanza di coraggio. Una tendenza che, ovviamente, porta anche a tanti ottimi risultati, non solo economici ma anche qualitativi, perché se un prodotto funziona non è detto che debba smettere di funzionare!
Ed è proprio partendo da questa riflessione, con molta autoironia e un abbondante tocco di paraculaggine, che Sony Pictures sforna Anaconda che non è altro che un meta-reboot del cult del 1997, ma in chiave insolitamente parodistica.
Doug (Jack Black) sarebbe voluto diventare un grande regista di film horror, invece lavora in un’agenzia che realizza filmini di matrimonio; Griff (Paul Rudd) voleva essere un grande attore ma, a parte qualche episodio della serie S.W.A.T., è finito a fare la comparsa nei medical-drama di quart’ordine. In occasione del compleanno di Doug, Griff torna in città e insieme agli amici d’infanzia Claire (Thandiwe Newton) e Kenny (Steve Zahn), organizza una reunion ricordando le loro imprese da giovani, quando realizzavano piccoli film horror home-made sognando Hollywood. Griff annuncia, allora, agli amici di essere fortuitamente entrato in possesso dei diritti del romanzo da cui era tratto il film Anaconda di Luis Llosa che da giovani adoravano e propone loro un riscatto: avventurarsi in Amazzonia per girarne un reboot. I quattro sprovveduti partono alla volta del Brasile per l’impresa più folle della loro vita, ma quando la loro strada si incrocia con quella di un gruppo di trafficanti d’oro e un vero anaconda mangia-uomini, le cose si mettono decisamente male.
Anaconda ha un problema di base non indifferente: il soggetto (molto brillante e a suo modo originale) di Hans Bauer, Jim Cash e Jack Epps Jr. rischiava di non avere un vero e proprio pubblico, ma la sceneggiatura di Kevin Etten e Tom Gormican amplifica questo sospetto. O meglio, Anaconda 2025 sembra puntare a quel pubblico molto largo delle commedie con Jack Black e Paul Rudd che difficilmente è lo stesso pubblico che nel tempo ha amato e promosso a cult Anaconda del 1997. Anzi, i fan di Anaconda 1997 molto probabilmente schiferanno Anaconda 2025 fin dalle premesse.
C’è, quindi, una potenziale mancanza di comunicazione tra progetto e pubblico che infatti ha portato a far floppare il film co-scritto e diretto da Tom Gormican. Un film che esprime il suo meglio quando parla di Anaconda e tutto il suo peggio quando prova a rifare Anaconda. Ma andiamo con ordine.
Tom Gormican ha già diretto Il talento di Mr. C, che faceva una riflessione in parte simile a quella di Anaconda, ovvero parlare di un fan di certo cinema di genere che sogna di diventarne protagonista con esiti catastrofici. Lì l’oggetto del desiderio, però, non era un film specifico ma una star, Nicolas Cage, e tutto il potenziale risiedeva in un soggetto brillante non brillantemente sviluppato.
La prima metà di Anaconda funziona. Non c’è molto da sindacare perché l’innesco è simpatico e il modo come ci vengono presentati i personaggi e la loro costruzione basata sul fallimento e la nostalgia è molto ben sviluppata, con alcune gag che vanno a segno proprio come ci si aspetterebbe. Anche le prime fasi del viaggio hanno brio, grazie anche all’eccentrico personaggio di addestratore di serpenti interpretato da Selton Mello.
Il problema è che più Anaconda procede più – palesemente – non sa come procedere. Sembra quasi che la battuta sul terzo atto della sceneggiatura scritto in itinere sia, in realtà, una confessione. E così, quando il plot dei quattro amici aspiranti filmaker va ad intrecciarsi con la trama crime (i trafficanti di oro, assolutamente superflua) e con l’entrata in scena del gigantesco anaconda magia-uomini, tutto crolla inesorabilmente. Carini alcuni omaggi al film di Luis Llosa (l’utilizzo della colonna sonora in uno specifico momento, i cammei) e simpatiche alcune battute sul diritto d’autore e la mancanza di idee delle major, ma il film è praticamente esaurito a metà corsa.
Paradossalmente, quando diventa d’azione, Anaconda si fa noioso. Le scene con il serpente sono tutte uguali; lo stesso serpente, oltre ad essere sbagliato nell’aspetto (no, non parlo delle dimensioni esagerate, quelle fanno parte del “gioco” ovviamente, ma gli anaconda hanno una forma differente nella testa, più appiattita e affusolata non triangolare “da vipera” come nel film) è realizzato con una CGI abbastanza mediocre, molto ma molto meno efficace di quello nel film del 1997.
Anche la componente comedy che funzionava nella prima metà sbraga completamente nella seconda, con momenti troppo urlati e poco divertenti, fino all’apice con la scena della pipì, totalmente gratuita e con tempi comici completamente sbagliati.
Jack Black e Paul Rudd sono una garanzia della risata anche se la loro carriera, negli ultimi anni, sta pericolosamente deragliando verso il family movie più anonimo; Steve Zahn non si vedeva da un po’ in una grossa produzione e nessuno ne sentiva la mancanza; a uscirne meglio è Thandiwe Newton, che ha il personaggio meno scontato e con più sfumature. C’è anche Daniela Melchior di The Suicide Squad e Fast X, ma il suo è un personaggio abbastanza accessorio e per nulla strutturato.
Di Anaconda 2025 ci rimane, dunque, un progetto bizzarro e forse pensato senza reale cognizione di causa che riesce nelle premesse ma fallisce nel suo insieme finendo per somigliare, nei momenti action/horror, a un mockbuster come quelli prodotti da The Asylum. Rischia di scontentare un po’ tutti perché il pubblico di Jack Black e Paul Rudd sicuramente preferiranno le loro commedie “pure” e i nostalgici di Anaconda invece che una semi-pagliacciata preferiranno guardare ancora una volta il bellissimo film del 1997, che dopo quasi 30 anni sembra non essere invecchiato affatto.
Roberto Giacomelli
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