Antropophagus – Le origini, la recensione del sequel/prequel di Dario Germani
Nel vasto e spesso bistrattato panorama del cinema horror italiano degli anni ’80, diversi titoli hanno saputo conquistarsi lo status di cult, ma uno spazio d’onore tra gli appassionati ha saputo aggiudicarselo Antropophagus (1980) di Joe D’Amato. Una pellicola brutale, visivamente disturbante e iconicamente legata all’immagine del mostruoso cannibale interpretato da George Eastman, la cui deriva antropofaga culminava in sequenze oggi impensabili, come quella – famigerata – del feto strappato dal grembo. Antropophagus era puro exploitation: grezzo, sporco, estremo, ma per questo profondamente autentico.
A distanza di oltre quarant’anni, il regista Dario Germani decide di confrontarsi nuovamente con quella mitologia, dopo aver già firmato nel 2021 Anthropophagus II, un sequel spirituale e apocrifo che si distaccava dalle radici narrative del film di D’Amato. Con Antropophagus – Le origini (internazionalmente distribuito anche come Antropophagus Legacy), Germani prova un’operazione più articolata e ambiziosa: creare un vero e proprio ponte narrativo tra passato e presente, confezionando un film che funge sia da sequel diretto dell’originale, sia da prequel che ne approfondisce le origini mostruose.
Il film, prodotto e distribuito da Flat Parioli, si lega esplicitamente al capostipite attraverso numerosi riferimenti, flashback e inserti video tratti proprio dal film di D’Amato, tanto da costruirsi come una continuazione ufficiale degli eventi del 1980. Ma è anche un racconto a sé stante, che tenta di gettare luce sul passato del cannibale Nikos Karamanlis, svelando dettagli sulla sua infanzia, i traumi familiari e le dinamiche che lo hanno condotto alla discesa nell’abisso della follia.
L’impianto narrativo si sviluppa quasi interamente all’interno di una villa isolata, dove una giovane donna di nome Hanna – interpretata da una sorprendente Valentina Corti, vera rivelazione del film – si rifugia dopo il misterioso omicidio del marito e in cerca di risposte legate al proprio passato. Con lei c’è il cugino Ugo, interpretato da Salvatore Li Causi, che riesce a sostenere bene la parte senza strafare, contribuendo a mantenere vivo l’interesse nei numerosi momenti dialogici. Il resto del cast, purtroppo, risulta molto più debole: alcune interpretazioni di contorno sfiorano l’amatoriale, spezzando di tanto in tanto l’immersione e il tono sinistro che Germani fa di tutto per mantenere.
A livello visivo, però, Antropophagus – Le origini mostra una confezione curata e rispettosa della tradizione horror italiana. La fotografia calda ma cupa richiama certo gotico mediterraneo, mentre gli effetti speciali – curati da un maestro come David Bracci – rappresentano uno dei veri punti di forza del film. Pur essendo meno estremo del suo predecessore, questo nuovo capitolo non rinuncia al gore, ben dosato e artigianale, mai gratuito ma sempre funzionale alla narrazione. Le gesta del cannibale offrono alcuni momenti di tensione ben riusciti, che riportano alla mente la sporcizia e la crudeltà dell’originale, pur rimanendo entro limiti più contenuti.
Il limite maggiore della pellicola sta tuttavia nel suo ritmo, decisamente compassato. L’ambientazione praticamente unica – una villa nella periferia di Budapest – e il numero ridotto di personaggi in scena (per buona parte del tempo solo due) rendono lo sviluppo narrativo e visivo piuttosto statico. Il senso di claustrofobia può anche essere letto come una scelta voluta, coerente con l’introspezione del racconto e il desiderio di dare respiro ai dialoghi e alla costruzione dell’orrore psicologico. Ma alla lunga lo spettatore più esigente potrebbe avvertire una certa stanchezza, specie in assenza di veri e propri scarti di tensione o colpi di scena dirompenti.
Ciononostante, Antropophagus – Le origini ha il merito di cercare una via mediana tra il rispetto dell’originale e un racconto personale, intimo, quasi drammatico. Germani non si limita a rifare il cult di D’Amato, ma lo amplia e lo rilegge, cercando nuove chiavi d’interpretazione. La scelta di restituire un retroterra umano al cannibale, umanizzandone in parte la figura senza giustificarne i crimini, è interessante e ben gestita.
In definitiva, Antropophagus – Le origini è un horror dignitoso, con alcune frecce al suo arco – su tutte, gli effetti speciali e la protagonista – che riesce ad aggiornare un mito senza snaturarlo. Non è un film che ambisce a sconvolgere o innovare, e non sempre riesce a sostenere il ritmo con efficacia, ma nel complesso rappresenta un tributo rispettoso e solido a una delle icone più disturbanti dell’horror italiano.
Roberto Giacomelli
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