Avatar: Fuoco e cenere, la recensione

Quando Avatar uscì nel 2009 non fu solo un film, ma un evento culturale e tecnologico che riscrisse le regole del blockbuster moderno. Con La via dell’acqua James Cameron ha dimostrato, tredici anni dopo, di saper replicare il miracolo: oltre due miliardi di dollari al botteghino, un nuovo Oscar tecnico e la conferma che Pandora, piaccia o meno, è ancora un universo cinematografico capace di portare il pubblico in sala. Avatar: Fuoco e cenere arriva dunque come terzo capitolo di una saga pensata inizialmente in cinque film, ma che oggi appare inevitabilmente ridimensionata: Cameron stesso ha già annunciato che il suo prossimo progetto non sarà Avatar 4. Una dichiarazione che pesa e che si riflette chiaramente sulla struttura di questo nuovo episodio.

Riprendendo gli eventi immediatamente successivi a La via dell’acqua, troviamo Jake Sully e Neytiri ancora in fuga, costretti a difendere la propria famiglia da una minaccia che continua a reincarnarsi sotto nuove forme: il colonnello Miles Quaritch, ormai definitivamente legato al suo corpo Na’vi. Il conflitto si espande quando i Sully entrano in contatto con una nuova tribù di Pandora, i Mangkwan, noti come Popolo della Cenere, guidati dalla carismatica e spietata Varang. Un clan ostile, forgiato da un ambiente vulcanico e da una cultura basata sulla forza e sulla sopraffazione, che sembrava destinato a diventare il fulcro tematico del film (stando almeno alla strategia di marketing), incarnando l’elemento del fuoco così come l’acqua dominava il secondo capitolo e l’aria il primo. Suggestione potente, affascinante, ma purtroppo solo parzialmente sviluppata.

Ed è proprio qui che Fuoco e cenere inizia a mostrare la sua vera natura, ovvero quella di un film molto denso, che vuole dire molte cose insieme. Forse troppe. Cameron comprime linee narrative, accelera alcune storie, sovrappone conflitti e personaggi, come se avvertisse l’urgenza di portare avanti la saga senza più concedersi i lunghi respiri contemplativi del passato. Il risultato è un film grande, per certi versi molto bello, e dal ritmo più concitato e avvincente, ma si avverte anche una certa superficialità che non apparteneva del tutto ai capitoli precedenti. I Mangkwan e Varang restano figure potentissime sul piano visivo e concettuale, ma il film preferisce spostare rapidamente il baricentro verso lo scontro – forse definitivo, o forse no – tra i Sully e Quaritch, lasciando il “fuoco” più come suggestione estetica che come vero motore tematico.

A sorprendere positivamente è la scelta di Cameron di alleggerire quasi del tutto quel substrato ambientalista e new age che appesantiva La via dell’acqua. Fuoco e cenere è prima di tutto un bel film d’azione, costruito attorno a tre scene madri spettacolari: un imponente scontro navale (in cielo), la lunga e disperata evasione di Jake Sully e un climax finale che punta tutto sull’adrenalina e sull’impatto emotivo. Sequenze visivamente incredibili, immersive (grazie anche al 3D perfetto), tecnicamente ineccepibili, che ribadiscono come Cameron resti uno dei più grandi architetti dell’azione cinematografica. Allo stesso tempo, però, è impossibile non notare come molte soluzioni richiamino in modo piuttosto esplicito quanto già visto nei due film precedenti: in particolare, il finale riprende quasi in maniera speculare il climax de La via dell’acqua, dando la sensazione di un déjà-vu difficile da ignorare.

Il tema della famiglia rimane centrale, ma cambia forma. Se nel secondo capitolo era frammentato nei diversi clan e culture di Pandora, qui si richiude attorno ai Sully, diventando più intimo ma anche più convenzionale. A fare da contraltare c’è la “famiglia tossica” di Quaritch, e in questo senso il personaggio di Spider (interpretato da Jack Champion), umano cresciuto da Na’vi, assume un ruolo cruciale e dà origine ad alcune delle scene più emblematiche del film, perfino un momento che implica un dissidio morale da parte dei genitori adottivi. Il suo rapporto con il padre biologico diventa uno dei principali nodi emotivi e narrativi del film, ribadendo con forza uno dei messaggi più chiari della saga: la vera famiglia non è quella del sangue, ma quella che ti cresce e ti sceglie.

Sul piano visivo, siamo ai massimi livelli, ma non è una sorpresa. Fuoco e cenere e La via dell’acqua sono stati girati insieme, condividendo una coerenza estetica impressionante, ma ci sono anche tre anni di post-produzione aggiuntivi per il terzo film utili a far tesoro di ulteriori progressi nel campo degli effetti visivi. Pandora continua a essere un mondo vivo, pulsante, credibile in ogni dettaglio, anche in quelli più fantasy.

Una menzione speciale va a Varang, interpretata in performance capture da Oona Chaplin: una villain affascinante, carismatica, magnetica, che lascia il segno anche se la sceneggiatura non le concede tutto lo spazio che meriterebbe.

In conclusione, Avatar: Fuoco e cenere trova un curioso equilibrio con La via dell’acqua: se il precedente era più profondo, più ambizioso e anche più pesante e retorico, questo terzo capitolo è più diretto, più ritmato e più avvincente, ma anche più di maniera. Resta però un problema strutturale ormai evidente: le quasi tre ore e venti di durata sono ancora una volta eccessive, difficili da giustificare per una saga che, sul piano narrativo, offre molto meno di quanto prometta sul piano dello spettacolo.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Spettacolo visivo ancora una volta straordinario e immersivo.
  • Azione più compatta e coinvolgente rispetto a La via dell’acqua.
  • Il personaggio di Varang e il conflitto Spider/Quaritch.
  • Troppe storyline compresse e sviluppate solo in superficie.
  • Ripetizione evidente di dinamiche e climax già visti.
  • Durata eccessiva, che appesantisce un racconto già esile.
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Valutazione: 7.5/10 (su un totale di 2 voti)
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