Ben – Rabbia animale, la recensione del film d’apertura del Fantafestival 2025

All’interno del vastissimo universo dei beast-movie, le scimmie assassine occupano una nicchia particolare e sorprendentemente longeva. Una tradizione che risale almeno agli anni ’80, senza ovviamente scomodare l’iconico King Kong, con titoli come Link di Richard Franklin, Monkey Shines – Esperimento nel terrore di George A. Romero e il folle Shakma – La scimmia che uccide del 1990, ma che conta molte altre deviazioni più o meno note come l’esordio di John Landis Slok (1973), l’avventuroso Congo (1995), l’episodio “La cassa” del mitico film antologico Creepshow (1982), Primal Force – Agguato nell’isola della morte (1999) o il più recente Blood Monkey – Le scimmie assassine (2007). È un filone che ha sempre esercitato un fascino ambiguo: da un lato l’attrazione per l’animale “quasi umano”, dall’altro il terrore primordiale di vederne disintegrata la presunta mansuetudine. In questo contesto si inserisce Ben – Rabbia Animale, che in originale porta il titolo più diretto Primate e che segna il ritorno dietro la macchina da presa di Johannes Roberts, solido artigiano dell’horror contemporaneo.

Roberts è tutt’altro che un nome nuovo per gli appassionati: The Other Side of the Door, The Strangers: Prey at Night, i due 47 Metri, Resident Evil: Welcome to Raccoon City e Storage 24 costituiscono un percorso coerente, fatto di horror fisico, teso, spesso costruito sull’assedio. Non stupisce dunque che Ben – Rabbia Animale rappresenti il passo successivo nella sua carriera, visto che presenta ancora una volta una situazione d’assedio (come in The Strangers e Storage 24) e una minaccia animale (come in 47 metri).

Lucy è la figlia maggiore di una ricca famiglia americana che vive in una lussuosa villa alle Hawaii a strapiombo sull’oceano. Lucy torna a casa dal college con le amiche, dove l’aspettano la sorella minore e il padre, scrittore di successo. Con loro vive Ben, uno scimpanzé cresciuto come un figlio adottivo, salvato dalla defunta madre di Lucy – attivista per i diritti degli animali – e addestrato sin da cucciolo a parlare tramite il linguaggio dei segni. Ma quando Ben viene morso da una mangusta, contrae il virus della rabbia e qualcosa nella sua mente si spezza. Per Lucy e le sue amiche la vacanza si trasforma in un incubo: uno alla volta, gli ospiti della villa vengono brutalmente eliminati, mentre la famiglia è divisa tra l’istinto di sopravvivenza e l’impossibilità emotiva di accettare che “uno di casa” sia diventato un assassino.

La prima grande intuizione di Roberts (anche co-autore della sceneggiatura, insieme a Ernest Riera) è quella di fondere il beast-movie con le dinamiche dello slasher. Ben non è più soltanto un animale impazzito, è, di fatto, l’equivalente scimmiesco di Jason Voorhees, capace di seguire, sorprendere, aggredire e mettere in scena uccisioni con una creatività sorprendente. Roberts conosce perfettamente i codici del genere e li applica con rigore: isolamento geografico, personaggi intrappolati, crescere progressivo della minaccia, escalation di violenza. Il film ha dunque un sapore quasi “vintage”, o classico se vogliamo: sembra di vedere un B-movie anni ’80 o ’90 aggiornato con i ritmi e la consapevolezza del cinema horror moderno.

L’elemento che dà più identità al film sta però nell’ambiguità emotiva. Ben non è solo la minaccia: è un membro della famiglia. È un figlio. È un fratello. E quando uccide, lo fa contro persone che gli hanno voluto bene. Questo cortocircuito produce una tensione narrativa molto forte: i protagonisti non riescono a difendersi come dovrebbero perché il loro assassino è un essere che amano, e il film sfrutta questa frattura morale in modo intelligente.

Sul piano tecnico, Ben – Rabbia Animale sorprende soprattutto nei fantastici effetti speciali artigianali. Niente CGI invasiva, niente creature digitali posticce: la fisicità di Ben è affidata a una combinazione di prostetici, animatroni e stunt performer che restituiscono un realismo inquietante, rendendo ogni attacco un momento di shock autentico. Anche la violenza è più esplicita della media e Roberts non risparmia sangue, ossa fratturate, teste schiacciate. Un approccio che rende omaggio ai film d’exploitation del passato ma senza scadere mai nel ridicolo involontario.

Il cast funzione bene: Troy Kotsur – Oscar per Coda – I segni del cuore – dona umanità e un tocco di umorismo a questo padre sordomuto che si trova a dover difendere le sue figlie da quello che considera a tutti gli effetti un terzo figlio; il resto della famiglia appare credibile e il contorno è rappresentato dai classici giovani pronti a sacrificarsi come carne da macello, proprio secondo i dettami dello slasher movie. È interessante anche la dimensione comunicativa, con i segni che diventano un linguaggio ambiguo, dove ciò che era stato creato per unire diventa improvvisamente un veicolo di minaccia.

Ben – Rabbia Animale non è ovviamente un film perfetto: il sottotesto sul rapporto uomo-animale avrebbe potuto essere approfondito di più e la dimensione da b-movie a tratti prende il sopravvento. Ma nel complesso si tratta di una piccola sorpresa, un horror feroce, diretto, fisico, che aggiorna un filone ormai dimenticato e lo fa con una passione per l’artigianato horror che oggi è sempre più rara.

Ben – Rabbia Animale è stato scelto come film d’apertura del Fantafestival 2025, dove ha debuttato in anteprima italiana, anticipando l’uscita nelle sale fissata per il 29 gennaio 2026, distribuzione Eagle Pictures.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Effetti speciali artigianali eccellenti.
  • Ottima fusione tra beast-movie e slasher, che dona al film una forte identità.
  • Ben riuscito il comparto emotivo sulla famiglia e il legame affettivo col “mostro”.
  • Sottotesti solo sfiorati, che potevano diventare più incisivi.
  • Qualche personaggio umano utilizzato come mera vittima sacrificale.
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