Black Bag – Doppio gioco, la recensione

In gergo spionistico, una “black bag operation” indica un’azione segreta, solitamente illegale o non autorizzata ufficialmente, comunemente un’effrazione, un’intercettazione o un furto di documenti sensibili. Steven Soderbergh carpisce questo termine per farne il titolo del suo film, Black Bag – Doppio gioco, che in superficie è ovviamente una spy-story, ma a leggere tra le righe è una commedia che affronta la complessità della comunicazione all’interno di una coppia.

L’agente dei servizi segreti inglesi George Woodhouse viene contatto dal suo superiore per scoprire chi è la talpa che ha trafugato e sta cercando di vendere un software top-secret dal nome in codice Severus. Tra i cinque agenti del SIS sospettati c’è anche sua moglie Kathryn. Così, per smascherare il traditore e dopo aver dichiarato le sue intenzioni a Kathryn, George invita gli altri quattro a cena a casa sua: Clarissa, il suo compagno e superiore Freddie, la psichiatra dell’agenzia Joe e il suo fidanzato James, anche lui agente segreto. Ma quando il capo di George muore, stroncato da un attacco cardiaco molto sospetto, le certezze dell’uomo cominciano a vacillare sempre di più, soprattutto in relazione all’eventuale coinvolgimento di sua moglie, che ormai conosce la posta in gioco.

Abile nel decathlon dei generi cinematografici, Steven Soderbergh non è nuovo al genere spionistico avendo già diretto una ventina di anni fa Intrigo a Berlino, che però fungeva da omaggio al cinema classico mettendo la forma davanti alla sostanza. Con Black Bag – Doppio gioco, il regista di Traffic e la trilogia di Ocean’s ci riprova e stavolta cerca la contaminazione con la commedia sentimentale sofisticata. Ma il film è un clamoroso buco nell’acqua perché sbaglia ogni cosa nella sua ambiziosa ricerca di originalità, risultando solo un piatto e noioso “spy-movie for dummies”.

Scritto dall’ormai sodale David Koepp, alla terza collaborazione dopo Kimi e Presence, Black Bag mostra immediatamente tutti i suoi limiti nel momento in cui cerca di imbastire la trama spionistica: esiste un software super-segreto che contiene le identità super-segrete di agenti super-segreti. Il software viene rubato con l’intenzione di essere rivenduto ai russi, con esiti apocalittici per le agenzie di Intelligence e gli equilibri internazionali. Praticamente una supercazzola. Quasi un Macguffin che in qualsiasi Mission: Impossible o film su James Bond sarebbe stato solo una scusa per portare in scena spettacolari inseguimenti e sparatorie all’ultimo sangue. Invece Soderbergh ci costruisce quasi 100 minuti di film negando allo spettatore qualsiasi contaminazione con l’azione e la spettacolarità, prendendosi dannatamente sul serio e ricamandoci attorno la metafora della complessità del rapporto di coppia.

Davvero viene il latte alle ginocchia a guardare Black Bag. È un film così vecchio, impettito, registicamente anonimo da lasciare davvero perplessi.

Ma non è solo la mancanza d’intrattenimento a far sprofondare questo logorroico kammerspiel nel facile abbiocco, ma anche la preoccupante prevedibilità del meccanismo giallo: ci sono cinque personaggi, senza contare il protagonista, e il traditore è esattamente chi ti aspetti che sia dal momento in cui viene inquadrato la prima volta. Quindi manca anche la sorpresa, il vero colpo di scena, che potrebbe ingannare solo chi non ha alcuna dimestichezza con questo genere di storie.

Inoltre, per essere un film sulla coppia, si nota anche una completa mancanza di alchimia tra Michael Fassbender e Cate Blanchett, che interpretano i “Mr. e Mrs. Smith” George e Kathryn. Forse per sottolineare il clima di sospetto, il carattere chirurgico e anaffettivo sviluppato come conseguenza del proprio lavoro, ma tra moglie e marito sembra non esserci nulla di sentimentale, cioè, si ha proprio la sensazione di vedere due attori che interpretano una coppia, compresi quei momenti più intimi e brillanti che non appaiono ne intimi ne brillanti.

Qualcuno ha scomodato Alfred Hitchcock per parlare di Black Bag, alludendo al modo di come viene raccontata l’azione in un’unità di spazio e di tempo e come si sviluppa il rapporto tra i sessi… qualcuno che evidentemente non conosce il cinema di Hitchcock, perché lì dove il regista britannico sperimentava e sapeva creare tensione e coinvolgimento spettatoriale grazie alla tecnica e al senso del ritmo narrativo, il regista americano rimesta nel déjà-vu, azzera ritmo ed empatia scomparendo completamente dietro un anonimato da compitino svolto senza troppo impegno.

Se cercate una vera spy-story non la troverete in Black Bag – Doppio gioco, che utilizza il genere come specchietto per allodole per raccontare la crisi di coppia in maniera loffia e noiosa. Probabilmente il mondo si sarà dimenticato prestissimo di Black Bag, così come accade per il buon 80% dei film diretti da Steven Soderbergh.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Il gioco di affrontare un tema da commedia rosa attraverso gli stilemi di un genere codificato come lo spy-thriller. Ma fallisce…
  • È noioso.
  • È prevedibile.
  • Sembra che neanche gli attori ci credano.
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Black Bag - Doppio gioco, la recensione, 4.0 out of 10 based on 1 rating

One Response to Black Bag – Doppio gioco, la recensione

  1. Elena ha detto:

    Non sono d’accordo. I due sono stregati l’uno dall’altra, in un modo così elevato e sofisticato che potrebbe anche sfuggire se non ci si abbandona al film. Ho trovato molto volgari tutti gli altri personaggi che contornano la coppia.

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