Bloat – Il demone del lago, la recensione

I film in screenlife sono opere cinematografiche in cui la narrazione si sviluppa interamente o quasi del tutto attraverso gli schermi dei dispositivi tecnologici, come computer, webcam, smartphone, tablet e droni. Figura emblematica di questo moderno genere cinematografico è il regista Timur Bekmambetov – autore di Profile, produttore di Searching, Missing e Unfriended, tra i titoli più noti e apprezzati del genere – che ha prodotto nel 2025 anche Bloat – Il demone del lago, esordio alla regia di Pablo Absento.

Il lungometraggio segue le vicende di Hannah e i suoi due figli, Steve e Kyle, durante una vacanza in Giappone. Il marito Jack, ufficiale militare di stanza in Turchia, è costretto a rimanere lontano dalla famiglia. Durante un’escursione, Kyle rischia di annegare in un lago. Dopo essere stato salvato, il bambino inizia a manifestare comportamenti sempre più inquietanti e aggressivi. Jack, che segue la situazione a distanza attraverso videochiamate e dispositivi elettronici, comincia a sospettare che dietro il cambiamento del figlio ci sia qualcosa di sinistro.

Bloat inizia in maniera efficace, sfruttando adeguatamente le potenzialità del particolare dispositivo narrativo: lo spettatore viene letteralmente immerso nella quotidianità della famiglia e nelle relazioni tra i suoi componenti. Quando entra in scena l’elemento mystery, con la vicenda che inizia progressivamente ad assumere contorni più ambigui e sinistri, la pellicola riesce inoltre a trasmettere l’ansia e la preoccupazione del padre Jack. Si crea, così, un discreto coinvolgimento emotivo nelle sue ricerche, che viene tuttavia in parte attenuato dalla natura stessa del soggetto, quello delle possessioni demoniache, ampiamente esplorato e raccontato dal cinema.

Ciò che invece lascia perplessi, anche considerando che dopo la prima parte si soffre di una inevitabile, e a tratti fastidiosa, ripetitività narrativa dovuta all’utilizzo dello screenlife, è come l’elemento horror venga affrontato. Bloat, soprattutto nella seconda frazione, pecca di superficialità e scarsa originalità nel tentativo di esplorare la leggenda giapponese dei kappa, spiriti acquatici maligni, sottotrama affrontata con una certa pigrizia narrativa che contribuisce ad alimentare la staticità di un racconto privo di veri guizzi. A risentirne è soprattutto la componente horror: la tensione viene progressivamente meno e il film non riesce a trasmettere quella sensazione di paura e sgomento che dovrebbe accompagnare la possessione del piccolo Kyle. L’ambizione di costruire un autentico racconto dell’orrore rimane così sostanzialmente disattesa: a stento si registra qualche jump scare, mentre la risoluzione finale rinuncia quasi del tutto alla dimensione orrorifica, smorzando ulteriormente l’inquietudine costruita nella prima parte.

La moderna tecnica dello screenlife apre la strada a svariate e stimolanti riflessioni sull’evoluzione che il cinema sta progressivamente intraprendendo. È particolarmente significativo osservare come, attraverso un linguaggio che in parte esula dai tradizionali canoni della narrazione cinematografica, poiché privo di inquadrature, dissolvenze e di una regia intesa in senso convenzionale, sia comunque possibile costruire una narrazione autenticamente cinematografica, o quantomeno capace di risultare pienamente fruibile e, spesso, accattivante per il pubblico. La stessa centralità dell’immagine viene progressivamente decostruita e frammentata attraverso una molteplicità di punti di vista, riflettendo la frenesia della contemporaneità, nella quale l’essere costantemente multitasking e connessi è diventato non soltanto un’abitudine, ma quasi una condizione necessaria. La proliferazione degli schermi e l’alternanza tra finestre, applicazioni e dispositivi traducono questa dimensione anche sul piano cinematografico, modificando le modalità attraverso cui lo spettatore è chiamato a osservare e interpretare ciò che accade sullo schermo.

In conclusione, Bloat – Il demone dl lago sembra confermare come lo screenlife, per riuscire a emergere definitivamente dalla propria dimensione di nicchia, debba ancora compiere molta strada. L’opera di Absento dimostra infatti, in maniera piuttosto sorprendente, che i principali passi in avanti non debbano essere compiuti tanto sul piano tecnico e sulle possibilità offerte da questo particolare dispositivo narrativo, quanto nella costruzione di una storia sorretta da una sceneggiatura più solida e originale. La vera sfida, dunque, sembra risiedere nella capacità di coniugare una scrittura convincente con i limiti e le peculiarità del linguaggio screenlife, trasformandone i vincoli in autentiche opportunità narrative.

Luca de Pascale

PRO CONTRO
  • Scoprire una modalità narrativa poco affrontata al cinema.
  • Il coinvolgimento iniziale e il punto di vista del padre ben sviluppati.
  • Pesantezza e ripetitività della narrazione affidata allo screenlife.
  • Sceneggiatura superficiale e poco originale.
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