Brado, la recensione

Tommaso è un ragazzo con alle spalle una vita famigliare difficile. I suoi si sono separati quando era ancora molto piccolo e adesso deve fare i conti con una madre distratta e un padre burbero completamente assente. Un giorno Tommaso viene messo con le spalle al muro dalla vita e si trova costretto a dover risanare il rapporto con suo padre. Renato è un uomo ruvido, un uomo che è fuggito dalla vita per rifugiarsi all’interno del suo ranch fatiscente e polveroso dove passa le giornate intere ad occuparsi dei suoi cavalli. Dopo una brutta caduta da cavallo che gli è costata un braccio, Renato si lascia aiutare da suo figlio Tommaso ad addestrare un cavallo recalcitrante che non vuole saperne di essere domato. Ma Renato ama le sfide impossibili ed è convinto che quell’animale è perfetto per partecipare e vincere nelle competizioni cross-country. L’addestramento di quel cavallo indomabile diventa per Tommaso l’occasione unica per conoscere davvero suo padre, per riallacciare il rapporto con lui ed esorcizzare quei demoni che hanno infestato la sua infanzia.

Quelli che stiamo vivendo sono tempi preziosi per il cinema italiano. Ormai tutto ci suggerisce che stiamo assistendo ad una vera e propria nuova alba del cinema Made in Italy, un lentissimo – ma promettente – risveglio dei sensi dopo interi decenni di buio assoluto in cui la nostra cinematografia sembrava aver perso qualsiasi ambizione, qualunque volontà di sognare.

Quello che stiamo vivendo è perciò chiaramente un periodo di transizione, un lungo lasso temporale informe e incolore in cui sembra esser tornata alta la volontà di scoprire nuovi linguaggi, siano essi tecnici che “semplicemente” di carattere espressivo-narrativo. Una nuova età del fuoco per il nostro cinema, un periodo in cui si riescono ad intuire la potenzialità di queste “nuove idee” ma bisogna ancora capire come poterle utilizzare nel modo più funzionale possibile.

È un momento storico in cui nuovi autori si stanno affacciando sulla scena e parliamo di autori giovani che sono stati svezzati da certo cinema hollywoodiano e che quindi hanno recuperato e maturato una precisa idea di cinema anche come industria.

Inevitabilmente è tornato alto l’interesse verso il genere, e verso le sue sconfinate potenzialità espressive, e così anche il cinema italiano ha (ri)cominciato a produrre film di carattere universale capaci di parlare ad una platea decisamente ampia che non sia solo quella del “popolino” voglioso di facili battute o di riflessioni sociali/esistenziali legate strettamente al Paese.

Tutto questo ha portato il nuovo cinema italiano a riscoprire il genere storico (Il primo Re), a sperimentare il moderno cinecomics (Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out), ad esplorare deprimenti mondi post-atomici (il bellissimo e sempre poco citato La terra dei figli), a guardare nuovamente con rispetto il genere horror (A Classic Horror Story e Piove) e persino ad affrontare una rom-com dal carattere squisitamente pop (Sul più bello).

A questo nutrito gruppo di pellicole adesso si affianca anche Brado diretto e interpretato da Kim Rossi Stuart, un curioso western contemporaneo che, con molte probabilità e fuori da qualsiasi previsione possibile, si lascia collocare senza troppi dubbi tra gli esempi più felici legati al nuovo cinema di genere italiano.

Brado è infatti la dimostrazione schietta e diretta di un cinema di genere che sa essere maturo, sa parlare allo spettatore con onestà e intelligenza senza dover assumere nessuna posizione di arroganza o saccenteria nei confronti di chi guarda.

Alla sua terza regia per il grande schermo, dopo Anche libero va bene (2006) e Tommaso (2016), Kim Rossi Stuart si cimenta con un racconto di formazione nudo e crudo e sceglie come focus di tutta la vicenda il difficile rapporto tra un padre e un figlio che non sono mai andati d’accordo. Un figlio che crede di odiare suo padre e un padre che apparentemente nutre poca, pochissima fiducia nei confronti del figlio. Ma in realtà, quello che entrambi ancora non sanno, è che sono più simili di quanto possano immaginare. Due persone sole e con enormi problemi relazionali, due anime inquiete che devono fare i conti con un passato che è stato diverso da qualsiasi aspettativa e che quindi continua a violentare il presente.

Brado è una storia di formazione ma, al tempo stesso, è anche un racconto famigliare tanto classico quanto sincero. Kim Rossi Stuart individua come proprio sipario un ranch fatiscente e il mondo delle competizioni ippiche, ma pensa bene di tenere il lato sportivo relegato allo sfondo della vicenda. Il suo è un film di redenzione nei confronti della vita, un film che parla di ultimi e di accettazione della propria esistenza. A tal proposito diventa emblematica la location che Kim Rossi Stuart individua per il proprio film, un ranch fangoso e polveroso che oltre a riflettere l’animo dei due protagonisti umani è anche il riflesso di un mondo che sembra arrivato al punto di dover tramontare per sempre. Kim Rossi Stuart interpreta in modo assolutamente convincente Renato, un uomo ruvido e abbruttito dalla vita, un uomo che sembra essere un’estensione organica di quel ranch lurido e decadente. Renato è un rozzo campagnolo, tanto pragmatico quanto severo, ma si presenta ai nostri occhi come uno stanco cowboy che non riesce ad accettare che fuori da quella campagna il mondo sta andando avanti. Lui vive confinato nel suo ranch, in un non-luogo in cui il tempo sembra scorrere più lentamente che altrove. Quel ranch che cade a pezzi non è altro che la proiezione esterna del suo mondo interiore, un luogo grigio che può essere nuovamente “illuminato” solo con l’aiuto del giovane Tommaso.

Alla stessa maniera è più che mai apprezzabile la scelta di utilizzare proprio un cavallo indomabile per far riavvicinare Tommaso a suo padre Renato. Entrambi, infatti, vengono chiamati ad occuparsi di un animale che è “difficile” tanto quanto loro due. Un modo più efficace di altri per mettere entrambi i protagonisti davanti alla realtà, davanti ai loro stessi difetti caratteriali.

Con Brado Kim Rossi Stuart realizza un’opera fortemente stratificata, un dramma che sa parlare di esseri umani e famiglie disfunzionali ma anche un western contemporaneo capace di dialogare in modo magnifico con spazi ampi e scenari naturali che riescono ad essere incantevoli pur nella loro già citata decadenza.

Nel confezionare questo film di genere, tanto maturo quanto classico, Kim Rossi Stuart sembra guardare tanto, tantissimo alle lezioni di cinema impartite dal Clint Eastwood regista. C’è tanto di Million Dollar Baby in Brado, così come ci sono suggestioni e silenzi che sembrano prelevati direttamente da Un mondo migliore. Ma c’è anche tanta nostalgia nei confronti di un passato sbagliato ma che a suo modo è stato glorioso, e in questo il film di Kim Rossi Stuart non può che rievocare alla memoria opere agrodolci di Eastwood come Gran Torino, Il corriere e il recente Cry Macho.

Oltre allo stesso Kim Rossi Stuart, che come già detto nel film interpreta – con un fare eastwoodiano – il burbero Renato, il cast di Brado vede come protagonista anche il giovane e talentuoso Saul Nanni che convince molto nei panni di Tommaso, il rancoroso figlio che ha la colpa solo di essere cresciuto troppo in fretta a causa di un’infanzia che non c’è mai stata. In ruoli minori, ma non per questo meno convincenti, troviamo anche Barbora Bobulova, Paola Lavini, Federica Pocaterra e l’esordiente Viola Sofia Betti.

Insomma, alla sua terza regia Kim Rossi Stuart si auto-proclama come il Clint Eastwood italiano (non manca una battuta nel film pronta a sottolineare questo ironico parallelismo) e confeziona un film che sa essere audace nel modo in cui decide di confrontarsi con un racconto e con un linguaggio squisitamente classico.

Brado è l’esempio di un cinema che sa guardare al genere con rispetto, con nostalgia e con intelligenza. Un cinema che sa essere anche una lettera d’amore verso un modo di fare film che oggi, purtroppo, sembra essere dimenticato. Senza dubbio alcuno è proprio questo il cinema di genere di cui, al momento, in Italia abbiamo davvero bisogno.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
  • Tra film di formazione e western contemporaneo, Brado è un film che riesce a parlare un po’ a tutti.
  • Cinema di genere pensato e confezionato con intelligenza.
  • Un buon cast.
  • Inaspettatamente, Kim Rossi Stuart è il Clint Eastwood italiano.
  • Qualche eccesso di dramma nella prima parte, così come nell’ultima. Ma nulla di compromettente, considerando anche una delle reference dichiarate del film.
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Valutazione: 7.5/10 (su un totale di 2 voti)
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