Bring Her Back – Torna da me, la recensione
Un tema ricorrente del cinema e della letteratura horror è la difficoltà ad elaborare il lutto. Abbiamo tanti esempi celebri che affrontano questo trauma e ne fanno l’innesco per storie dolorose e terrificanti, da classici come A Venezia… un dicembre rosso shocking! e Cimitero vivente a titoli più recenti e apprezzati come Antichrist, Babadook, Hereditary, Lake Mungo e Midsommar. Tra i film degli ultimi anni che si sono contraddistinti per aver trovato una chiave interessante e originale su questo argomento c’è Talk to Me, il folgorante lungometraggio d’esordio dei fratelli Danny e Michael Philippou, australiani, noti nel panorama dei content creator con lo pseudonimo collettivo RackaRacka. Il duo è tornato, sempre sotto l’ala protettrice di A24, stavolta supportata da un major come Sony Pictures, con altro horror che parte e si sviluppa ancora una volta attorno al tema della perdita e della difficoltà che ne consegue: parliamo dello straziante, disturbante e bellissimo Bring Her Back – Torna da me.
Dopo il suicidio del padre, il diciassettenne Andy cerca di ottenere l’affido della sorellina ipovedente Piper, ma non essendo ancora maggiorenne devono entrambi passare un periodo di tempo sotto la custodia di un adulto. I due vengono, così, temporaneamente affidati a Laura, una ex assistente sociale che ha perso una figlia, anch’essa con problemi di vista come Piper, e si sta già occupando del piccolo Oliver, un bambino affetto da mutismo selettivo che si comporta in maniera molto inquietante. Più trascorrono i giorni nella villa isolata di Laura, più Andy inizia a sospettare che la donna nasconda qualcosa. Qualcosa di terrificante…
C’è una grande continuità tra Talk To Me e Bring Her Back che non si limita alla sola coerenza tematica, ma si estende anche all’approccio che possiede nel trasmettere l’ansia e la paura. E se con il precedente film i Philippou avevano già dimostrato di essere capaci a costruire la tensione e raccontare l’orrore più intimo e inquietante, con Bring Her Back si superano e già alla seconda prova confezionano quel film della “maturità” che molti altri autori non riescono a raggiungere neanche dopo numerose opere.
Bring Her Back è un film dannatamente doloroso.
Se si è in uno stato d’animo particolarmente fragile, può risultare una mazzata tra capo e collo notevole.
Perché i Philippou parlano della morte, quindi della perdita, in un modo così toccante e ricco di empatia da sfiorare inevitabilmente determinate corde. Ma siamo pur sempre nel campo del cinema dell’orrore e se c’è una tenerezza di fondo in Bring Her Back che oserei definire commovente, non manca anche una notevole propensione ad amplificare la paura attraverso il disgusto e il sadismo.
Insomma, per fare un esempio concreto, è come se frullaste il cinema di Guillermo del Toro con opere estreme come Martyrs e When Evil Lurks. E il risultato è davvero personale e originale, perché è chiaramente un esempio di cinema popolare, ma con quel tocco di autorialità che riesce a elevarlo su tanti epigoni.
La vicenda di Andy e Piper è straziante perché si tratta di due adolescenti, già orfani di madre, che perdono l’unico riferimento nel mondo che era loro rimasto, tra l’altro in una maniera atroce; ma non meno straziante è la storia di Laura, che al contrario ha perso una figlia, quindi il morivo che spinge ogni buon genitore ad avere uno scopo nella vita.
Sia l’uomo che la bambina hanno trovato la morte nell’acqua, elemento che ricorre costantemente durante il film, attraverso la pioggia battente che fa da sfondo a molte sequenze, sia come profezia di un destino nefasto. Il focalizzarsi sull’acqua come veicolo di morte ma anche come simbolo di catarsi e purificazione ricorda certo J-Horror di una ventina di anni fa, probabile reference per i fratelli registi anche per le inquietanti VHS che Laura guarda ossessivamente; ma poi è lo stesso Pet Semetary di Stephen King a riecheggiare in molti frangenti, dal quale i Philippou riescono a carpire quel senso di struggente disagio e quella spirale di eventi nefasti sempre più irrecuperabili.
Non mancano momenti shockanti che puntano diritti allo stomaco dello spettatore: un coltello affilato nella bocca, un braccio scuoiato a morsi, scene di necrofagia. Se Talk To Me aveva un approccio d’atmosfera che in un solo momento si abbandonava alla violenza fisica più audace ed esibita, Bring Her Back non ha paura di osare e spingersi oltre, per di più mettendo al centro della scena dei bambini.
Ma a lasciare il segno in questo film è anche l’ottimo cast che vede Billy Barratt (Kraven il cacciatore) e Sora Wong nei ruoli principali di Andy e Piper, nonché il sorprendente Jonah Wren Phillips nei panni di Oliver, l’inquietante figliastro di Laura. Ma è quest’ultima a sorprendere davvero grazie all’interpretazione da Oscar di Sally Hawkins, in un ruolo lontanissimo da quelli a cui l’attrice di Paddington e La forma dell’acqua ci ha abituato. Madre amorevole, amica, educatrice ma anche aguzzina e manipolatrice, un personaggio sfaccettato e affatto facile che sa farsi ricordare.
Bring Her Back – Torna da me, nei cinema italiani dal 30 luglio 2025, non è solamente un film intenso e disturbante, eppure incredibilmente tenero, è soprattutto il miglior horror da diversi mesi a questa parte, un film maturo, originale e ricco di sfaccettature che sicuramente non abbandona lo spettatore dopo la visione.
Roberto Giacomelli
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