Buen Camino, la recensione del film che ha incassato di più nella storia storia del cinema in Italia
Buen Camino è un film del 2025 co-scritto, diretto e co-montato da Gennaro Nunziante. Questo è il sesto film con protagonista Checco Zalone e segna il ritorno della accoppiata Zalone-Nunziante dopo la separazione tra i due che c’era stata per Tolo Tolo (2020).
Buen Camino segue la vita di Checco (Checco Zalone), ricco e viziato erede di un impero di fabbricanti di divani. Quando improvvisamente la figlia adolescente scompare nel nulla, è costretto ad abbandonare la sua gabbia dorata per mettersi sulle sue tracce. Checco finisce suo malgrado sul Cammino di Santiago, ed è costretto a seguire il percorso di pellegrinaggio. Questo viaggio inaspettato, fatto di fatica, vesciche, incontri e scontri, diventa un’occasione unica per conoscersi davvero.
Lungo il cammino, Checco non solo cerca di ritrovare la figlia, ma è costretto anche ad affrontare se stesso, trasformando una disperata ricerca in un’opportunità di redenzione e di profonda riconciliazione.
Con Buen Camino, Checco Zalone torna a collaborare con Gennaro Nunziante in un progetto che si colloca ai margini della sua filmografia più popolare. Non una commedia cinematografica in senso stretto, ma un film dal tono riflessivo, costruito attorno al simbolismo del Cammino di Santiago. Un’operazione che ambisce a interrogare, con ironia, il senso contemporaneo del viaggio e della spiritualità, ma che mette anche in luce i limiti di una comicità ormai ben codificata.
Zalone interpreta ancora una volta la maschera che lo ha reso celebre: l’italiano medio cinico, opportunista, allergico a ogni forma di profondità autentica. È una figura che funziona, perché immediatamente riconoscibile, ma che in Buen Camino appare spesso prevedibile. Molti meccanismi comici — la battuta spiazzante, il fraintendimento culturale, la provocazione “politicamente scorretta” — sembrano riproporsi senza la forza dirompente che caratterizzava i lavori precedenti.
La regia di Gennaro Nunziante tenta un cambio di passo, abbandonando i ritmi forsennati della commedia di massa per una narrazione più rarefatta e contemplativa. I paesaggi del pellegrinaggio diventano spazio di osservazione e di silenzio, ma non sempre questa scelta riesce a rinnovare davvero il linguaggio zaloniano. Anzi, il contrasto tra l’impianto più sobrio e una comicità che tende a ripiegarsi su se stessa accentua la sensazione di déjà-vu.
Il bersaglio satirico resta ampio: la spiritualità trasformata in prodotto turistico, il pellegrinaggio come esperienza da raccontare sui social, l’Europa occidentale sazia e disorientata. Temi interessanti, già affrontati in modo più incisivo in Quo vado? e soprattutto in Tolo Tolo, dove la satira sul viaggio e sull’identità culturale appariva più affilata e rischiosa. Qui, invece, l’impressione è che Zalone scelga spesso la strada più sicura, affidandosi a un repertorio collaudato.
Ne emerge il ritratto di un autore che, pur dimostrando mestiere e consapevolezza, sembra prigioniero del proprio personaggio. L’idea di sottrazione — meno gag, più malinconia — è interessante, ma non sempre sostenuta da una reale evoluzione della scrittura. Da qui la sensazione, diffusa tra critica e pubblico più esigente, di trovarsi di fronte a un talento forse sopravvalutato, o quantomeno fermo su una comfort zone che inizia a mostrare crepe.
Buen Camino resta un’opera dignitosa, talvolta intelligente, ma anche irrisolta. Più che un punto di svolta, appare come un lavoro di transizione, che conferma come Checco Zalone abbia saputo fare di meglio in passato. Il cammino, questa volta, sembra condurre più a una pausa di riflessione che a una vera rinascita creativa. Il risultato è un’opera corretta, mai davvero necessaria, che conferma una sensazione difficile da ignorare: Zalone è furbo perché dà all’italiano quello che vuole, ma il suo metodo casca nella ripetitività e nella prevedibilità. La domanda è se abbia ancora voglia — o bisogno — di dimostrare il suo “metodo”.
Giorgio Maria Aloi
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