Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte, la recensione dello slasher queer e metacinematografico

Undici film, un crossover con Nightmare e, all’orizzonte, persino una serie televisiva prequel: il franchise di Venerdì 13 è un pezzo fondamentale della storia del cinema horror. Nato nel 1980 dalla mente di Sean S. Cunningham, quello che sulla carta era un semplice slasher costruito attorno a un mistero e a un efficace colpo di scena finale è diventato negli anni un modello narrativo, contribuendo a codificare un intero filone e generando una quantità sterminata di imitazioni. Tra queste, una delle più curiose è certamente Sleepaway Camp di Robert Hiltzik, datato 1983, a sua volta diventato il capostipite di una saga composta da tre sequel e mezzo, considerando l’incompiuto Sleepaway Camp IV: The Survivor. Immaginiamo dunque di fondere l’universo di Venerdì 13, con il suo triangolo fatto di adolescenti, sesso e assassini seriali, con le derive più morbose, weird e queer di Sleepaway Camp: il risultato potrebbe essere un identikit abbastanza preciso di Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte, quarto lungometraggio di Jane Schoenbrun, regista di Ho visto la TV brillare.

Kris è una giovane regista di cinema indipendente che viene scelta per rilanciare un celebre franchise horror nato negli anni Ottanta: Camp Miasma, saga arrivata a contare quattordici film prima di arenarsi in sequel sempre più improbabili e qualitativamente discutibili. I produttori vogliono un reboot che conservi l’anima underground della serie, affidandola proprio allo stile elegante e personale di Kris. Per prepararsi al progetto, la regista decide però di incontrare Billy, la final girl del primo film, che vive nella stessa location utilizzata per il film originale. Quando una tormenta di neve costringe Kris a rimanere bloccata con lei, nella giovane regista comincia a insinuarsi il sospetto che quel luogo sia infestato dalla presenza di Little Death, il serial killer protagonista della saga, e che Billy nasconda qualcosa. Ma, con il passare delle ore, la diffidenza lascia spazio al fascino e all’attrazione, al punto che Kris comincia a prendere in considerazione l’idea più rischiosa di tutte: trasformare il reboot in un vero sequel del film originale e riportare Billy al centro della storia.

Come già accaduto nei suoi precedenti lavori, Jane Schoenbrun utilizza il fantastico come strumento per parlare di identità e dell’eterna difficoltà di trovare un posto all’interno di una società che fatica ad accettare chi non aderisce alle convenzioni di genere e sessuali. La differenza, questa volta, è che la regista porta la propria riflessione dentro un involucro apparentemente più accessibile. Proprio come Kris nella storia, Schoenbrun accetta la sfida di lavorare all’interno di un prodotto commerciale, ma lo fa senza rinunciare alla propria personalità. E così Camp Miasma è probabilmente il suo film più immediato e, allo stesso tempo, uno dei suoi più apertamente cinefili, ma non per questo è un film immediato e accessibile a tutti. Anzi: è decisamente un’opera strana e che richiede una certa propensione all’analisi.

Il terreno scelto per questa riflessione è particolarmente fertile. Lo slasher, infatti, non è mai stato soltanto un sottogenere basato sul bodycount. Come ha evidenziato Carol J. Clover nel suo fondamentale studio Men, Women, and Chain Saws del 1992, proprio la figura della final girl permette di leggere lo slasher come un genere profondamente legato alle paure e alle tensioni sessuali della società. In questi film il sesso è spesso il territorio proibito attraverso cui l’adolescente entra nell’età adulta, mentre il killer rappresenta una minaccia che sembra materializzare fisicamente le ansie legate alla scoperta del proprio corpo, del desiderio e dell’identità.

Schoenbrun porta questa lettura fino alle estreme conseguenze. Little Death, il nome stesso del killer, non è casuale: la petite mort è infatti una tradizionale espressione utilizzata per indicare l’orgasmo. Il mostro mascherato diventa così una personificazione della paura del sesso, del desiderio e di tutto ciò che la scoperta della propria sessualità può portare con sé. Non è un caso, allora, che il vero ostacolo che Kris deve affrontare non sia semplicemente quello di sopravvivere a un assassino, ma quello di riuscire a confrontarsi con una dimensione del proprio corpo e della propria identità che continua a sfuggirle.

È qui che Camp Miasma trova la propria dimensione più interessante, perché il metacinema non è soltanto un esercizio di stile. Il film racconta una regista che deve confrontarsi con le aspettative di un’industria che vuole un prodotto riconoscibile e commerciabile, esattamente come Schoenbrun si confronta con un pubblico che potrebbe aspettarsi da lei un film più facilmente classificabile. Il reboot diventa quindi una metafora dello stesso cinema horror contemporaneo: quanto si può innovare un genere senza tradirne l’identità? E quanto è possibile parlare di questioni contemporanee utilizzando forme narrative nate decenni prima?

Da questo punto di vista, Camp Miasma dimostra una notevole intelligenza, perché non rinnega affatto i modelli dello slasher. Li conosce, li cita e li manipola. La ricostruzione del campo estivo e dell’estetica anni Ottanta è particolarmente accurata, con una fotografia dai colori saturi e fondali disegnati che restituiscono al film un aspetto volutamente artificiale, quasi da ricordo cinematografico deformato. Schoenbrun inserisce inoltre numerosi richiami alla propria filmografia e costruisce immagini fortemente simboliche, confermando quella particolare sensibilità visiva già emersa in Ho visto la TV brillare.

Il momento più riuscito arriva probabilmente a metà film, quando la macchina da presa assume il punto di vista di Little Death attraverso una lunga soggettiva in piano sequenza. È una parentesi di puro cinema horror, tecnicamente notevole e anche estremamente violenta, con un massacro sanguinoso che dimostra come Schoenbrun sappia giocare con le regole dello slasher anche quando decide di destrutturarle. Ed è proprio in questi momenti che Camp Miasma riesce a essere contemporaneamente riflessione teorica e spettacolo.

Meno convincente è invece la gestione dell’ultimo atto. Il film sembra progressivamente lasciarsi divorare dalla propria dimensione metaforica, fino a perdere quasi completamente qualsiasi riferimento a una logica narrativa concreta. La conclusione viene continuamente rimandata e quando finalmente arriva assume una dimensione grottesca e quasi zuccherosa che non si integra perfettamente con quanto visto fino a quel momento. È come se Schoenbrun avesse avuto molto più chiaro il percorso concettuale che non il modo in cui arrivare alla sua conclusione. E questo finisce per indebolire proprio quel meccanismo di tensione che lo slasher dovrebbe garantire.

A tenere saldamente in piedi il film ci sono anche le due protagoniste. Hannah Einbinder affronta con grande convinzione un personaggio fragile, complesso e volutamente respingente, mettendosi inoltre alla prova in alcune sequenze di nudo che non hanno nulla di gratuito ma appartengono alla precisa riflessione del film sul corpo, sul desiderio e sulla sessualità. Gillian Anderson è invece semplicemente perfetta nel ruolo di Billy, un’interpretazione misurata e inquietante che ricorda un po’ la Norma Desmond di Viale del tramonto e beneficia enormemente della direzione di Schoenbrun. Il rapporto tra le due attrici è infatti uno degli elementi più riusciti dell’intero film.

Alla fine, Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte è un esperimento riuscito soltanto in parte, ma proprio per questo interessante. È probabilmente il film più compiuto di Jane Schoenbrun e anche quello in cui la sua poetica riesce a trovare il compromesso più evidente con una struttura cinematografica di genere. Il discorso metacinematografico funziona, i riferimenti allo slasher sono intelligenti e rispettosi dei modelli, mentre la riflessione sull’identità e sulla sessualità trova nel killer e nella figura della final girl un terreno particolarmente fertile. Di contro, l’impianto metaforico finisce talvolta per diventare ingombrante, fino a fagocitare la storia e a rendere il finale inutilmente contorto.

Chi cerca uno slasher tradizionale, fatto di adolescenti, sesso, sangue e un assassino che insegue le proprie vittime, rischia dunque di rimanere parecchio spiazzato. Chi invece è disposto ad accettare che Camp Miasma utilizzi quello schema come un involucro dentro cui parlare di identità, emarginazione, desiderio e industria cinematografica, troverà un film decisamente più stimolante. Non sempre equilibrato e riuscito, ma sicuramente intelligente e soprattutto coerente con il percorso di un’autrice che continua a utilizzare l’horror per raccontare mostri che, spesso, sono molto più umani di quanto sembrino.

Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte ha vinto al Queer Palm al Festival di Cannes 2026 e uscirà nei cinema italiani il 19 agosto distribuito da MUBI.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Un’interessante rilettura metacinematografica dello slasher.
  • La riflessione su sesso, identità e adolescenza.
  • La notevole estetica anni Ottanta e la regia di Jane Schoenbrun.
  • Hannah Einbinder e, soprattutto, Gillian Anderson.
  • Il simbolismo finisce talvolta per sovrastare la storia.
  • Seconda parte e finale eccessivamente dilatati e poco coerenti.
  • Chi cerca uno slasher canonico potrebbe rimanere deluso.
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