Citizen Vigilante, la recensione del discusso film di Uwe Boll
C’è un motivo se il nome di Uwe Boll continua a evocare, ancora oggi, reazioni istintive tra gli appassionati di cinema. Per anni il regista tedesco è stato etichettato come “il peggior regista della storia”, definizione diventata talmente celebre da essere finita perfino sulla sua pagina di Wikipedia. Una fama costruita soprattutto nei primi anni Duemila, quando Boll si specializzò negli adattamenti cinematografici di videogiochi celebri come House of the Dead, Alone in the Dark, BloodRayne, In the Name of the King, Far Cry e Postal: produzioni che, oltre a essere spesso modeste dal punto di vista tecnico, sembravano ignorare completamente lo spirito delle opere originali.
Eppure sarebbe ingeneroso fermarsi a quell’etichetta. Con il tempo Boll aveva trovato una sua dimensione nel B-movie più sporco e provocatorio. Film come Seed, Stoic, Rampage, Assalto a Wall Street e Darfur non erano certo grandi opere, ma possedevano almeno un’idea, una direzione precisa e una discreta coerenza artigianale. Citizen Vigilante, almeno sulla carta, sembrava appartenere proprio a questa fase della sua carriera. Il risultato, invece, rappresenta una clamorosa involuzione: un’opera disastrosa praticamente sotto ogni punto di vista.
La vicenda è ambientata in una non meglio identificata capitale europea, dove la criminalità dilaga tra baby gang, immigrati violenti e un sistema giudiziario incapace – o, secondo il film, volutamente disinteressato – di intervenire. In questo contesto si muove un misterioso americano che decide di improvvisarsi giustiziere, eliminando senza processo coloro che ritiene responsabili del degrado della città. Mentre la polizia gli dà la caccia, internet e i media trasformano il Vigilante in una figura quasi mitologica.
Prima ancora del film, però, è arrivata la sua fama. Citizen Vigilante è stato lanciato attraverso slogan come “il film che non vogliono farvi vedere” o “il film censurato”, alimentando una campagna pubblicitaria costruita sul vittimismo e sulla provocazione. La realtà è molto meno romanzesca: in Germania l’opera non ha ottenuto la classificazione necessaria per una distribuzione nelle sale cinematografiche, ma questo non ne ha impedito la commercializzazione in home video e sulle piattaforme digitali. Non è un film proibito né tantomeno introvabile: circola regolarmente in numerosi Paesi e ha perfino ricevuto un’enorme esposizione mediatica grazie a Elon Musk, che lo ha reso disponibile gratuitamente per 48 ore su X.
Il problema è che tutta questa aura di “film maledetto” si dissolve nel momento in cui lo si guarda senza filtri ideologici. Perché, semplicemente, Citizen Vigilante è un film terribilmente brutto.
L’impressione è quella di assistere a una produzione poverissima, quasi amatoriale. La fotografia (dello stesso Boll) è piatta e ricorda certi tv movie tedeschi degli anni Novanta; gli interni sono anonimi, privi di qualunque ricerca scenografica, mentre gli esterni trasformano la città in una successione di periferie impersonali senza alcuna identità visiva. Ancora peggio il montaggio, che assembla scene di raccordo una dietro l’altra senza mai costruire un vero crescendo narrativo. Più che raccontare una storia, il film sembra limitarsi a riempire il minutaggio.
Ed è proprio il ritmo a crollare miseramente. Pur durando meno di novanta minuti, Citizen Vigilante riesce nell’impresa di risultare sorprendentemente lento. La sensazione è che Boll disponesse soltanto di un soggetto molto esile e abbia improvvisato il resto durante la lavorazione. Numerose sequenze non aggiungono nulla né alla trama né ai personaggi: l’esempio più evidente è la lunghissima parentesi in cui il protagonista si reca da una prostituta, una digressione completamente inutile che interrompe ulteriormente una narrazione già priva di tensione.
Anche il protagonista soffre di una scrittura praticamente inesistente. Armie Hammer, tornato davanti alla macchina da presa dopo anni difficili seguiti agli scandali che hanno travolto la sua carriera, interpreta un uomo senza passato, senza evoluzione e soprattutto senza motivazioni credibili. Non è inquietante perché compie atrocità: è semplicemente vuoto. Diventa un giustiziere perché la sceneggiatura ha bisogno che lo sia, senza mai costruire un percorso psicologico che renda comprensibili le sue azioni. Il tutto mentre riesce incredibilmente a sfuggire alle autorità pur registrando video in cui si limita a pixelare il volto e alterare la voce, espedienti che qualunque investigatore del ventunesimo secolo smonterebbe nel giro di poche ore. La sospensione dell’incredulità qui viene completamente azzerata.
Boll vorrebbe evidentemente richiamare il cinema dei vigilanti metropolitani, con Il giustiziere della notte come modello più evidente. Il confronto, però, è semplicemente impietoso. Dove il classico con Charles Bronson costruiva un protagonista tragico, ambiguo e moralmente problematico, Citizen Vigilante si limita a mettere in scena un uomo che cammina, guida, osserva e pianifica per gran parte del tempo, agendo pochissimo e senza mai generare vera tensione. Persino la violenza, da sempre marchio di fabbrica del cinema di Boll, appare fiacca e poco incisiva. Tolto un prologo discretamente scioccante e un paio di esplosioni di brutalità gratuita, il film risulta sorprendentemente innocuo perfino nel suo desiderio di scandalizzare.
Resta allora soltanto la componente ideologica, quella che ha trasformato il film in un piccolo fenomeno mediatico. Ma un’opera cinematografica dovrebbe reggersi prima di tutto sulle proprie qualità artistiche. Qui, invece, tutto sembra piegato a una narrazione semplicistica e apertamente reazionaria che riduce problemi complessi a slogan grossolani, cercando continuamente l’applauso di uno spettatore già convinto. Il rischio è quello di scambiare la provocazione per coraggio e il dilettantismo per libertà espressiva.
Ed è probabilmente questo l’aspetto più triste di Citizen Vigilante. Non tanto il suo messaggio, discutibile e facilmente contestabile, quanto il fatto che dietro quella facciata non ci sia praticamente alcun cinema. Rimane soltanto un film povero, sgangherato, scritto male, recitato peggio e incapace persino di intrattenere. E dispiace vedere un attore come Armie Hammer, un tempo protagonista di produzioni prestigiose, costretto a ripartire da un’opera di questo livello.
Roberto Giacomelli
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Ammetto di non averlo visto, quindi non posso giudicare, ma secondo me Boll non è affatto il peggior regista della storia, ha fatto i suoi sfondoni, ma ha anche fatto alcuni film interessanti, questo sulla carta mi interessa, se capita lo vedrò, già solo perchè è un grosso dito medio al movimento woke che ormai fa quasi solo danni e per il povero Hammer che personalmente mi è sempre stato simpatico.