Colony, la recensione

Negli ultimi quindici anni l’horror coreano ha vissuto una straordinaria stagione creativa, imponendosi anche agli occhi del pubblico occidentale grazie a una capacità sempre più raffinata di fondere spettacolo, riflessione sociale e contaminazione tra generi. Tra gli autori che più hanno contribuito a questa rinascita c’è senza dubbio Yeon Sang-ho, che nel 2016 ha ridefinito il moderno zombie movie con Train to Busan, autentico fenomeno internazionale capace di dare vita anche al prequel animato Seoul Station e al più action Peninsula. Dopo aver dedicato gli ultimi anni soprattutto alla serialità televisiva, il regista coreano torna finalmente “sul luogo del delitto” con un nuovo film di infetti che, pur non avendo alcun legame narrativo con quella trilogia, dimostra ancora una volta quanto il suo sguardo sul genere sia personale. Colony non cerca infatti di replicare l’esperienza e i temi di Train to Busan: preferisce piuttosto interrogarsi su come possa evolvere il mito dello zombie nel mondo contemporaneo.

La ricercatrice di biotecnologie Se-jeong partecipa a un’importante conferenza scientifica all’interno di un grattacielo di Seul quando un agente virale sperimentale viene accidentalmente rilasciato nell’edificio. Nel giro di pochi minuti gli infetti iniziano a trasformarsi in creature feroci e cannibali mentre le autorità decidono di isolare completamente il palazzo, abbandonando al proprio destino le migliaia di persone ancora intrappolate al suo interno. Per Se-jeong e gli altri superstiti inizia così una disperata lotta per la sopravvivenza, mentre il contagio evolve sotto i loro occhi assumendo caratteristiche sempre più inquietanti.

L’intuizione più brillante di Yeon Sang-ho consiste proprio nel riscrivere uno dei cardini dello zombie cinematografico. Gli infetti di Colony non sono semplicemente esseri guidati dall’istinto, ma sviluppano una vera e propria coscienza condivisa, una mente alveare che dà senso al titolo del film. Ogni esperienza acquisita da un individuo viene immediatamente assimilata dall’intera colonia: se uno impara ad aprire una porta, a tendere un’imboscata o a superare un ostacolo, anche tutti gli altri ne diventano automaticamente capaci. È un’idea semplice ma potentissima, che trasforma ogni confronto con gli infetti in qualcosa di imprevedibile e che permette al regista di costruire sequenze d’azione sorprendentemente originali.

Non è difficile individuare le fonti d’ispirazione. Da un lato riecheggia inevitabilmente L’invasione degli ultracorpi, con la progressiva dissoluzione dell’identità individuale all’interno di una coscienza collettiva, tema che è stato recentemente anche al centro della brillante serie di Vince Gilligan Pluribus. Dall’altro, Yeon Sang-ho guarda dichiaratamente alla mirmecologia. All’inizio del film viene citato l’entomologo William Morton Wheeler e la teoria del superorganismo sociale delle formiche, modello che il regista utilizza per costruire il comportamento degli infetti: non un branco caotico, ma una massa perfettamente coordinata che comunica come attraverso feromoni invisibili. Il risultato visivo è impressionante. Le orde si muovono come un unico organismo vivente, formando spettacolari ammassi umani e attaccando con una sincronia quasi coreografica, ottenuta grazie al coinvolgimento di ballerini professionisti. È uno spettacolo disturbante e affascinante allo stesso tempo.

Naturalmente questa trovata non è soltanto spettacolare. Come spesso accade nel cinema di Yeon Sang-ho, il genere diventa uno strumento per riflettere sul presente. La perdita dell’individualità degli infetti richiama inevitabilmente il modo in cui oggi le informazioni si propagano nelle comunità online, dove slogan, convinzioni e narrazioni vengono spesso assimilati e ripetuti senza alcun filtro critico. La colonia diventa così la metafora di una società sempre più incline a delegare il pensiero a una coscienza collettiva alimentata da algoritmi, opinion leader e camere dell’eco digitali. Persino il modo in cui il virus diffonde le informazioni tra gli infetti ricorda, volutamente, una rete di comunicazione istantanea, quasi un sistema cellulare biologico.

Anche dal punto di vista della messa in scena Colony dialoga apertamente con Train to Busan. Se là il movimento era essenzialmente orizzontale, confinato lungo i vagoni di un treno in corsa, qui tutto si sviluppa in verticale all’interno del grattacielo. Il contagio nasce ai piani più alti, quelli occupati dall’élite economica e scientifica, e scende progressivamente verso i livelli inferiori, dove si concentrano gli spazi commerciali e la gente comune. È una dinamica che assume rapidamente una chiara valenza simbolica, quasi a suggerire che il collasso della società inizi sempre dai suoi vertici. Allo stesso tempo, la discesa verso i piani inferiori diventa anche un percorso fisico verso una possibile salvezza. E non è un caso se l’avventura si svolge in uno spazio verticalizzato perché in Sud Corea l’architettura è il riflesso della stratificazione sociale, del ricco che sovrasta il povero, come abilmente raccontato anche in Parasite di Bong Joon-ho.

Se c’è un limite nel film è nella caratterizzazione dei personaggi. Molti risultano piuttosto stereotipati e le loro reazioni seguono percorsi prevedibili, soprattutto quando emergono egoismi, tradimenti e il progressivo collasso della solidarietà. È un difetto che impedisce di raggiungere il coinvolgimento emotivo di Train to Busan, dove i protagonisti erano decisamente più memorabili e umanamente sfaccettati.

Presentato fuori concorso al Festival di Cannes, Colony conferma Yeon Sang-ho come uno degli autori più interessanti del fantastico contemporaneo. Non reinventa il cinema degli zombie, ma trova un’intuizione sufficientemente originale da far sembrare nuovamente fresco un immaginario che molti ritenevano ormai esaurito. E, soprattutto, dimostra ancora una volta come il miglior horror sia quello capace di parlare del presente senza mai smettere di intrattenere.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Originale reinterpretazione del concetto di “infetto” attraverso la mente alveare.
  • Sequenze spettacolari e regia dinamica che sfrutta magnificamente gli spazi del grattacielo.
  • Horror di genere che riflette con intelligenza sul conformismo contemporaneo.
  • Personaggi spesso stereotipati e poco memorabili.
  • Manca l’impatto emotivo che aveva reso Train to Busan un piccolo capolavoro.
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Valutazione: 7.5/10 (su un totale di 2 voti)
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Colony, la recensione, 7.5 out of 10 based on 2 ratings

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