Coyote vs Acme, la recensione

Willy il Coyote, o Wile E. Coyote come da nome originale, è un predatore affamato e irrimediabilmente sfortunato che ha un unico, ossessivo obiettivo: catturare Beep Beep, il velocissimo pennuto corridore che sembra esistere soltanto per umiliarlo. A separarlo dal suo pasto ci sono una serie infinita di trappole, razzi, esplosivi, molle, incudini e improbabili marchingegni acquistati dalla Acme Corporation, multinazionale che vende al Coyote strumenti tecnologicamente sofisticati ma invariabilmente destinati a ritorcerglisi contro.

Creato da Chuck Jones e Michael Maltese nel 1949 per il cortometraggio Fast and Furry-ous, Willy il Coyote è nato all’interno dell’universo dei Looney Tunes come una variazione sul modello del predatore e della preda, ma è diventato molto più di questo: è infatti il simbolo stesso di chi continua a provarci nonostante sappia già come andrà a finire, del perdente per vocazione.

È dunque naturale che Willy il Coyote diventi il protagonista di Coyote vs. Acme, film che trasforma quella eterna sconfitta in una battaglia legale contro la multinazionale responsabile dei suoi fallimenti. Ed è anche incredibile che un film simile sia riuscito ad arrivare fino al pubblico, considerando come si stava evolvendo la situazione. Prodotto da Warner Bros. con un budget stimato intorno ai 70 milioni di dollari, il film è stato infatti completato e poi destinato all’oblio nell’ambito delle controverse politiche fiscali dello Studio che avevano già portato alla cancellazione di altri progetti. Dopo una lunga battaglia per trovare una nuova distribuzione, Coyote vs. Acme è stato infine acquistato da Ketchup Entertainment, che un paio di anni fa aveva acquisito da Warner anche Un’avventura spaziale, che lo ha finalmente portato sul grande schermo. Una storia produttiva che, come vedremo, sembra quasi creare un parallelismo con la trama del film.

Anni e anni di fallimenti nel tentativo di acchiappare Beep Beep convincono Willy il Coyote che il problema non è la sua innata incapacità come predatore, ma gli strumenti che ha sempre acquistato dalla Acme. Decide così di recarsi ad Albuquerque e di assoldare un avvocato per portare la multinazionale in tribunale. La scelta cade su Kevin Avery, un legale squattrinato, insicuro e decisamente poco incline a mettersi contro una corporation apparentemente intoccabile. Infatti costruire una causa credibile contro la Acme è tutt’altro che semplice e, mentre la vicenda giudiziaria prende forma, Avery e Willy scoprono di avere molto più in comune di quanto pensassero.

Per capire cosa sia Coyote vs. Acme bisogna partire da Chi ha incastrato Roger Rabbit?, che rimane ancora oggi il vertice assoluto del cinema a tecnica mista, capace di fondere animazione e live action in un universo narrativo complesso, coerente e sorprendentemente adulto. Se Robert Zemeckis e Steven Spielberg utilizzavano il noir hollywoodiano classico per costruire un thriller dalle tinte fosche, Coyote vs. Acme prende invece come riferimento il cinema processuale, adottandone dinamiche, linguaggio e persino qualche deviazione verso il thriller spionistico.

E proprio come Roger Rabbit, non è affatto un film per bambini nel senso tradizionale del termine. O meglio, può tranquillamente essere visto dai più giovani, ma la sua articolazione narrativa parla soprattutto agli adulti cresciuti con i Looney Tunes, magari passati da quelle animazioni al cinema pulp e alle serie televisive contemporanee. Non è quindi un caso che Kevin Avery sembri una versione decisamente più dimessa e meno cinica di Saul Goodman. Il cognome Avery, tra l’altro, è un evidente omaggio a Tex Avery, animatore e regista che negli anni ’40 ha contribuito alla nascita dei Looney Tunes, così come i suoi associati dello studio legale sono Jones e Maltese, proprio come quei Chuck Jones e Michael Maltese che hanno dato i natali a Willy e ad altri personaggi.

Interpretato da un Will Forte perfettamente a suo agio nei panni dell’avvocato perdente, Avery è un Saul Goodman al quale manca proprio quella sfacciata propensione alla truffa e all’opportunismo. È un uomo che sa di essere destinato a perdere, ma che proprio grazie a Willy trova la motivazione per mettersi finalmente in gioco. Il parallelismo tra i due è infatti il vero cuore del film: entrambi sono dei perdenti, entrambi hanno passato la vita a incassare sconfitte e entrambi decidono finalmente di sfidare un sistema che sembra troppo grande per essere combattuto.

Quel sistema ha il volto di John Cena, che interpreta il capo avvocato dello studio legale della Acme con una tracotanza direttamente proporzionale al suo potere. È un uomo che si comporta da intoccabile perché, in fondo, lo è davvero: contro una multinazionale capace di comprare tutto e tutti, un piccolo avvocato e un coyote del deserto sembrano non avere alcuna possibilità.

Ed è proprio qui che Coyote vs. Acme trova la sua chiave più interessante: è una commedia sulla rivincita dei perdenti. Un piccolo manifesto di incoraggiamento rivolto a chi, nella vita, ha continuato a combattere pur partendo da una posizione di evidente svantaggio. E la cosa più curiosa è che questa idea finisce per coincidere perfettamente con la storia produttiva del film stesso: anche Coyote vs. Acme è stato un perdente che si è rifiutato di rimanere sconfitto.

Il soggetto, a cui ha contribuito James Gunn, che figura anche tra i produttori, nasce da un articolo satirico di Ian Frazier pubblicato sul New Yorker nel 1990, Coyote v. Acme. Alla regia c’è Dave Green, già autore di Tartarughe Ninja – Fuori dall’ombra, che qui dimostra una sensibilità decisamente più efficace nella gestione della commedia e soprattutto nell’integrazione tra attori in carne e ossa e personaggi animati.

La premessa è talmente geniale che il film riesce comunque a divertirci, anche se lo sviluppo non riesce a reggerla con costante brillantezza. Si gusta comunque un grande intrattenimento, nonostante qualche lungaggine e qualche ripetizione di troppo nella parte centrale. A tenere alto il ritmo contribuiscono anche le continue apparizioni degli altri Looney Tunes, utilizzati non soltanto come semplici camei nostalgici ma come elementi funzionali alla commedia. Tra i molti, in un ruolo di rilievo, ritroviamo anche il Dr. Lorre, personaggio creato a metà anni ’40 sulle fattezze del grande attore Peter Lorre, villain di tanto cinema classico, qui riscritto per acquistare una delineazione positiva.

Insieme al già ottimo Looney Tunes: Back in Action di Joe Dante, Coyote vs. Acme è probabilmente il miglior film a tecnica mista dedicato a Bugs Bunny e compagnia, nonché uno dei pochi capaci di avvicinarsi davvero all’eredità di Chi ha incastrato Roger Rabbit?. Non ne raggiunge la perfezione, ma ne condivide quella rara capacità di parlare contemporaneamente a generazioni diverse.

E alla fine, forse, non poteva esserci film più adatto per raccontare la storia di Willy il Coyote. Perché dopo una vita passata a precipitare nei canyon, esplodere, schiantarsi contro i muri e venire sistematicamente sconfitto dai propri stessi piani, finalmente anche lui ottiene una possibilità di rivincita. E stavolta, per una volta, la trappola non gli si ritorce contro.

Coyote vs. Acme arriva al cinema dal 2 settembre, distribuito da Lucky Red.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Come accadeva in Chi ha incastrato Roger Rabbit?, riesce a portare in una commedia a cartoni animati dai toni anche adulti un genere narrativo ben preciso. In questo caso, il processuale.
  • La forza iconica e il divertimento dei Looney Tunes.
  • Un film che è leggenda ancora prima di uscire, grazie a una vicenda produttiva molto particolare.
  • Qualche lungaggine di troppo che appesantisce nella visione d’insieme.
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Coyote vs Acme, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating

One Response to Coyote vs Acme, la recensione

  1. Rossella ha detto:

    Geniale

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