Deep Water – Incubo dagli abissi, la recensione
La carriera di Renny Harlin è una di quelle che raccontano perfettamente le parabole di Hollywood. Il regista finlandese si fa notare con l’horror, firmando quello che ancora oggi molti considerano il miglior Nightmare non craveniano, per poi diventare negli anni Novanta uno dei nomi di punta del cinema action grazie a successi come 58 minuti per morire, Cliffhanger e Spy. Tra i titoli più amati della sua filmografia c’è però anche Blu profondo, brillante ibrido tra horror squalesco e spettacolo d’azione che, col tempo, è stato giustamente rivalutato fino a diventare un piccolo cult del genere. Negli ultimi vent’anni Harlin ha continuato a lavorare con grande prolificità, alternando produzioni di ogni tipo senza riuscire a ritrovare lo smalto dei tempi migliori. E dopo aver ripercorso proprio il genere horror con la trilogia (suicida) di The Strangers, per Harlin continua l’impresa di ritornare alle origini con Deep Water – Incubo dagli abissi, che rappresenta quasi un tentativo di riallacciare il filo con quel cinema spettacolare che lo aveva reso celebre.
Un volo di linea in partenza da Los Angeles e diretto a Shanghai è costretto ad affrontare un’emergenza quando un bagaglio prende improvvisamente fuoco nella stiva. Il comandante Ritch e il copilota Ben tentano un difficile ammaraggio d’emergenza, ma la manovra fallisce parzialmente e l’aereo si spezza in tre tronconi precipitando nell’oceano. Se molti passeggeri perdono la vita nell’impatto, i superstiti si ritrovano presto a combattere una nuova battaglia per la sopravvivenza: nelle acque circostanti si aggira infatti un branco di squali mako, pronto a trasformare il relitto in un gigantesco banchetto.
L’idea alla base del film è tanto semplice quanto efficace. Harlin fonde infatti due filoni ben consolidati del cinema spettacolare: il disaster movie, nella sua declinazione dedicata ai disastri aerei sulla scia della storica saga di Airport, e lo shark movie, ormai diventato un sottogenere autonomo dell’horror e del survival. Non è un’operazione del tutto inedita – basti pensare al recente No Way Up di Claudio Fäh, che proponeva una situazione per certi versi simile pur privilegiando l’ambientazione subacquea – ma qui il regista può contare su un budget sensibilmente più elevato, circa quaranta milioni di dollari, che si traducono in una confezione decisamente più ambiziosa e professionale.
Il film è costruito attorno a due blocchi narrativi ben distinti. La prima parte, interamente ambientata durante il volo, è probabilmente anche la più riuscita. Harlin orchestra con mano sicura l’escalation dell’emergenza e costruisce una lunga sequenza dell’incidente capace di trasmettere autentica tensione. L’ammaraggio e il successivo schianto sono messi in scena con grande senso dello spettacolo e restituiscono allo spettatore tutta la violenza fisica dell’impatto, regalando alcuni dei momenti più adrenalinici dell’intero film.
È anche in questa fase che la sceneggiatura prova a delineare il gruppo dei protagonisti. I personaggi non brillano certo per originalità e pescano spesso da archetipi ben conosciuti. Il secondo pilota interpretato da Aaron Eckhart è il classico eroe positivo, padre di famiglia con un figlio gravemente malato, disposto a sacrificare tutto pur di tornare a casa e che finisce inevitabilmente per trasferire il proprio istinto paterno su una bambina rimasta sola dopo l’incidente. Sul versante opposto troviamo invece il passeggero arrogante e irresponsabile interpretato da Angus Sampson, la cui incuria è all’origine dell’intera tragedia. Attorno a loro ruotano altri comprimari riconoscibili, compreso un Ben Kingsley nel ruolo del comandante, che svolgono con efficacia il proprio compito pur senza uscire dagli schemi del genere. Harlin, tuttavia, si diverte a sovvertire almeno in parte le aspettative, eliminando alcuni personaggi nell’ordine decisamente meno prevedibile.
Una volta raggiunto il culmine emotivo con il disastro aereo, il film cambia pelle e diventa un survival puro. La transizione risulta sorprendentemente naturale e i due generi finiscono per convivere senza attriti. Gli squali mako assumono quasi il ruolo di veri e propri villain cinematografici: la loro aggressività è esasperata al punto da apparire ben lontana dal comportamento reale dell’animale, ma è una licenza che il film abbraccia consapevolmente per alimentare lo spettacolo. Le sequenze d’attacco sono numerose, ben costruite e Harlin si concede perfino una gustosa autocitazione che rimanda direttamente a Blu profondo, oltre a disseminare omaggi ad altri classici del cinema catastrofico, tra cui L’avventura del Poseidon.
Qualche limite emerge invece nel finale. L’impressione è che il montaggio abbia sacrificato alcuni minuti importanti nella parte conclusiva e l’epilogo appare leggermente sbrigativo rispetto alla progressione costruita fino a quel momento. Nulla che comprometta realmente la riuscita del film, ma cinque minuti aggiuntivi avrebbero probabilmente consentito una chiusura più graduale e soddisfacente.
Deep Water – Incubo dagli abissi non reinventa né il disaster movie né lo shark movie, ma dimostra come due formule classiche possano ancora funzionare quando vengono messe in scena con mestiere, ritmo e una buona dose di spettacolarità. Divertente, teso e sempre coinvolgente, rappresenta probabilmente il miglior lavoro firmato da Renny Harlin da almeno vent’anni, oltre a un gradito ritorno a quel cinema d’intrattenimento muscolare che aveva contribuito a definirne la carriera. Arriverà nelle sale italiane dal 23 luglio, distribuito da Notorious Pictures.
Roberto Giacomelli
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