Disclosure Day, la recensione
Ci sono pochi autori che hanno saputo ridefinire l’immaginario dell’extraterrestre al cinema come Steven Spielberg. Non stiamo parlando semplicemente di un grande regista o di uno dei padri della New Hollywood, ma dell’uomo che ha trasformato il concetto stesso di contatto con il non umano in un’esperienza cinematografica fatta di stupore, meraviglia e paura. Da Incontri ravvicinati del terzo tipo a E.T. – L’extra-terrestre, passando per il sottovalutato La guerra dei mondi, Spielberg ha raccontato l’alieno in modi diversi, ma sempre con una straordinaria capacità di rendere credibile l’incredibile.
Con Disclosure Day torna ancora una volta a confrontarsi con uno dei temi che più hanno contribuito a definire la sua filmografia. Lo fa però seguendo una strada molto diversa dal passato. Dimenticate il senso del meraviglioso di Incontri ravvicinati del terzo tipo e anche il terrore apocalittico de La guerra dei mondi: il nuovo film sembra piuttosto un doppio episodio di X-Files con l’ambizione di un blockbuster estivo. E della serie creata da Chris Carter coglie proprio le suggestioni fondamentali, dove complotti governativi, poteri paranormali e presenze extraterrestri si intrecciano continuamente fino a diventare un’unica grande teoria del complotto.
Daniel Kellner (Josh O’Connor) è in fuga dagli agenti della Wardex, una misteriosa multinazionale privata che custodisce le prove di contatti tra esseri umani ed extraterrestri avvenuti nel corso dei decenni. Daniel non solo è entrato in possesso di queste informazioni, ma possiede anche straordinarie capacità paranormali e vuole rendere pubblica la verità. Nel frattempo, a Kansas City, la meteorologa Margaret Fairchield (Emily Blunt) scopre durante una diretta televisiva di essere improvvisamente in grado di comprendere e parlare qualsiasi lingua terrestre, oltre a un misterioso linguaggio di origine aliena. Anche lei finisce nel mirino della Wardex. I destini dei due, inevitabilmente, finiranno per incrociarsi.
Spielberg torna dunque nella sua comfort zone “aliena”, ma lo fa con un approccio sorprendentemente freddo. Disclosure Day è un film distante dall’emotività che da sempre caratterizza il suo cinema, compreso quello fantascientifico. Qui prevalgono le dinamiche del thriller cospirazionista, dell’action movie e del racconto spionistico, in una miscela che sulla carta appare intrigante ma che sullo schermo fatica spesso a trovare una vera identità.
Il film possiede un’anima profondamente anni Novanta. Non soltanto perché richiama alla mente X-Files, come si diceva, ma anche per il modo in cui costruisce la sua narrazione fatta di agenzie segrete, insabbiamenti e individui eccezionali perseguitati da poteri più grandi di loro. Allo stesso tempo, però, la confezione è quella del blockbuster contemporaneo, con scene spettacolari, personaggi dotati di abilità straordinarie e momenti che sembrano guardare più al cinema supereroistico che alla fantascienza classica. Ed è proprio qui che il film mostra le sue maggiori fragilità.
Gli elementi fantastici risultano spesso poco integrati all’interno della narrazione. I poteri paranormali che emergono nel corso del racconto appaiono talvolta inseriti in modo confuso, quasi arbitrario, e finiscono per dare ad alcune sequenze un sapore da B-movie piuttosto che da grande spettacolo spielberghiano. Emblematico il personaggio di Noah, interpretato da Colin Firth, le cui capacità mentali dovrebbero rappresentare uno degli elementi più inquietanti del film ma che finiscono invece per risultare poco convincenti.
A pesare è soprattutto la costruzione del villain. Noah è il classico antagonista in giacca e cravatta che ostacola i protagonisti perché la sceneggiatura ha bisogno di qualcuno che lo faccia. Manca un vero background, manca carisma e, soprattutto, Colin Firth sembra costantemente fuori parte. L’attore britannico non riesce mai a rendere credibile la minaccia che il personaggio dovrebbe rappresentare, finendo per apparire più come un dirigente aziendale particolarmente irritabile che come il grande burattinaio della vicenda.
Molto meglio funzionano invece i protagonisti. Josh O’Connor svolge con professionalità il proprio compito, ma è Emily Blunt a rubare costantemente la scena. La sua Margaret è il personaggio più interessante dell’intero film, quello emotivamente più leggibile e umano. Ogni volta che la sceneggiatura si concentra su di lei, Disclosure Day sembra improvvisamente trovare una direzione più chiara e coinvolgente.
Il film alterna momenti piuttosto confusionari, probabilmente figli di una sceneggiatura che dà l’impressione di essere stata rimaneggiata più volte, ad altri di indiscutibile efficacia. Quando Spielberg si affida semplicemente al proprio mestiere, il risultato è notevole. La lunga sequenza del treno e quella ambientata nella stazione dei vigili del fuoco (con tanto di flashback spielberghiano, quello si!) sono esempi perfetti di come il regista sappia ancora orchestrare suspense, azione e tensione con una sicurezza che pochi altri autori possono vantare.
Interessante anche il tema della “rivelazione” evocato dal titolo. Il film prova infatti a interrogarsi sulle conseguenze spirituali e religiose della scoperta di una vita extraterrestre intelligente. Cosa accadrebbe alla fede se l’umanità scoprisse di non essere sola nell’universo? È probabilmente la domanda più affascinante posta da Disclosure Day, ma anche quella che viene sviluppata meno. Spielberg sembra accennare a questioni enormi per poi tornare rapidamente sui binari del blockbuster spettacolare, rinunciando ad approfondire gli aspetti più stimolanti del racconto.
Ed è forse qui che si nasconde la principale delusione. Se Disclosure Day fosse stato diretto da un giovane autore emergente o da un solido mestierante hollywoodiano, probabilmente il giudizio sarebbe stato più indulgente. Il problema è che dietro la macchina da presa c’è Steven Spielberg. Da uno dei più grandi registi della storia del cinema ci si aspetta inevitabilmente qualcosa di più del semplice compitino ben confezionato.
Non siamo certo davanti a un brutto film. È intrattenimento professionale, a tratti coinvolgente, capace di regalare alcune sequenze memorabili. Ma quando si affronta un tema che Spielberg stesso ha contribuito a rendere immortale sul grande schermo, il confronto con il suo passato diventa inevitabile. E in quel confronto Disclosure Day esce ridimensionato.
Roberto Giacomelli
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